I primi abitanti
Il popolo che in questo momento
abita il nostro nucleo e` sicuramente quello degli Ausoni, antica
popolazione indo-europea stanziatasi nella nostra zona fin dalla media
età del bronzo, cioè del secondo millennio a. C.
La sua attività primaria rimane
l’agricoltura e la pastorizia, ma gia fiorisce il commercio sottoforma
di scambi di prodotti dal nord, centro Italia (ambra, stagno, ferro,
rame) e dal sud (grano, olio, tornio del vasaio, ossidiana per la
fabbricazione di utensili indispensabili, come punte di frecce, cuspidi,
raschiatoi...).
A questo punto ci pare precisare che
non furono i Volsci ad assorbire la civiltà ausonica, bensì gli
Etruschi o i Greci.
I Volsci dell’Umbria scesero verso
il Lazio giungendo però fino al Circeo, senza superare i monti Ausoni,
cioè senza discendere nella valle di Fondi.
Più plausibile è ammettere che in
questo periodo giunsero da noi gli Etruschi.
Essi organizzarono una forma di città,
le cui mura si possono individuare nei resti di via Volsci, cioè in
tutto il muro di cinta del lato nord.
Sono massi enormi la cui staticità
e resistenza è affidata alle loro dimenzioni ed al loro peso.
Alla sua base correva un fossato
alimentato dalla sorgente di Petrulo, seguendo il percorso
dell’attuale via L. Caro.
Scesero dai monti circostanti i
popoli ausonici, pastori e cacciatori che abbandonarono le loro sedi di
Pianara, di Petrulo, di San Raffaele (vicus Setteaqui), del Salto (vicus
Lacus Fundanus), abitato fin dal neolitico (VIII- VII millennio a. C.
Nelle vicinanze qualche tempo fa la famiglia Velocci rinvenne numerose
punte di frecce, di raschiatoi...)
Si fondono coi nuovi venuti; il
nucleo così ingrandito, compreso tra il muro suddetto e l’attuale C.
A. Claudio, si arricchisce di abitazioni che preludono alla costituzione
della città. E in questi tempi possiamo far cadere la distruzione della
mitica Amycle, fondata dagli Spartani, sulle rive del Salto e forse
alla foce di S. Anastasia da cui per mezzo del lago e del fiume
Acquachiara si poteva giungere fino al nucleo di cui si fa cenno (antico
porto al bivio di Lenola).
Da "Conoscere l'Italia" il Lazio pag. 716 La "Regina viarum" di Baldo Conticello, apprediamo che una tradizione
antichissima, confermata da affermazioni di autori classici, dice che
nella nostra zona sorgesse una città greca fondata da spartani fuggiti
dalla loro patria, di nome Amyclai o Amunclai. Alcuni dicono che sorgesse
tale città non lungi dal lago di Fondi e che essa sarebbe stata "a
serpentibus deletae". Fino ad oggi, purtroppo, nessuna testimonianza
monumentale ha permesso di localizzare l'antica città la cui importanza
archeologica sarebbe assai grande per essere una delle più settentrionali
colonie greche e anche per l'antichità della sua fondazione. Siamo nella
prima metà del sec. VIII a. C.).
Per completezza ci pare utile riportare le parole del dott. G. Sotis, dal
Cenno storico della città di Fondi, pag. 29 - Napoli, 1826. "... Il marito
di Giulia Gonzaga, P. Colonna, saputo del tentativo del Barbarossa di
rapire la donna, si precipitò da Napoli a Fondi, ove giunto, non potendo
fare altro per sua vendetta, cercò la maniera di impedire altre
incursioni. Ordinò di demolire gli avanzi del celebre porto di Amicle, che
era all'imboccatura del lago di Fondi (S. Anastasia) e in essa fece
gettare 280 grandiosi macigni di smisurata mole in parte ora tolti per
effetto della bonificazione, formando cosÌ, quasi una barriera che
consimili invasioni non permettesse". Alcuni sub locali ci hanno riferito
di aver scorto nel mare a poca distanza dalla foce, resti di grandiose
costruzioni.
Secondo una leggenda dunque la città fu distrutta dai serpenti (greco
oficoi), che non furono scacciati per l'obbligo del silenzio che era
imposto agli abitanti, da non meglio specificate regole di una setta
mistico-pitagorica.
Forse la leggenda va spiegata in questo modo: questi Spartani di Amycle
erano gli ultimi Greci, i più lontani dalla madre patria, che costituivano
la punta più avanzata della prima colonizzazione greca del VII sec. a. C.
Perciò non potevano comunicare con gli altri coloni, quindi come se
fossero stati obbligati al silenzio, circondati, come erano, da
popolazioni barbare, cioè non parlanti greco.
Un precedente di questa situazione si può vedere nell'episodio di Ulisse,
quando incontra Polifemo e i Lestrigoni, proprio sulle nostre coste.
Omero in questi episodi ci rivela la selvatichezza dei due popoli, facendo
notare in Polifemo l'assoluta mancanza di pietà religiosa e di umanità;
nei Lestrigoni la mancanza del senso dell' ospitalità e di ogni contatto
con altre genti.
Un ultimo particolare: in questi episodi Ulisse e i compagni non parlano,
non dialogano, ma articolano solo suoni, quindi manca qualsiasi
comunicazione.
Nell'episodio di Circe, invece, Ulisse e i compagni parlano e dialogano,
segno che la Terra di Circe era grecizzata o almeno non estranea alle
rotte marittime dei Greci o Fenici.
Invece è più probabile che a distruggere Amycle siano stati gli Opici
(greco opicoi), popolazione di lingua indo europea, affine agli Ausoni,
stanziata in Campania in età arcaica.
Questa leggenda va forse interpretata come volontà dei popoli italici del
Centro (Ausoni, Sanniti, Opici, Etruschi...) di contenere la penetrazione
greca.
Siamo ancora al VII secolo; il nostro nucleo diviene sempre più
consistente ed esercita la sua egemonia su tutto il territorio della
piana.
Le genti residenti lungo tutto l'arco pedemontano, fanno riferimento per
il loro traffico al nucleo ai piedi di Petrulo, dove naturalmente
convergono tutte le direttrici dei traffici commerciali (da S. Andrea,
sbocco sulla costa campana marittima; da S. Raffaele - Sperlonga; dalla
valle delle Querce - valle di Campodimele; dalla Madonna degli Angeli -
Valle del Sacco; da Monte San Biagio - valle Vecchia, abitata fin dall'
età del ferro.
Si viene così a costituire una specie di polis, o città-stato (che non fu
una creazione originale dei Greci, ma esisteva già in embrione nelle forme
associative delle popolazioni indoeuropee).
A questo punto possiamo collocare la discesa degli Etruschi nel nostro
territorio, dato lo sviluppo enorme del commercio di questo popolo che
prediligeva la via terrestre, a quella marittima, più lunga e pericolosa.
E. Quadrino