"L'arte rivela ai cuori ciò che nessuna scienza può mai rivelare alle menti" - Virgilio

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Ricordi di scuola
(Alcune testimonianze di ex alunni pervenute all'autore)


Sul nostro quadriennio di guerra abbiamo raccolto alcune testimonianze. La prima è della signora Anna Mattei che, sfollata nell' ottobre 1943 da Fondi con la famiglia, trovò poi stabile residenza altrove. La ringraziamo di cuore per questa sua lettera, che ci ha toccato profondamente:

"Caro Franco, mi chiedi in nome di un' antica amicizia di riandare agli anni della spensierata fanciullezza quando con le amiche giocavo, sotto gli occhi vigili delle mamme, nell'allora angusta piazzetta di San Pietro che per noi tutte sembrava molto più grande di quanto lo è effettivamente oggi, per la scomparsa di alcune case distrutte dalla guerra e non più ricostruite. Essa, però, oggi è un parcheggio per automobili. Erano, quelli, anni gonfi di speranze che nonostante le molte privazioni che ci imponeva la guerra ci rendevano felici. Mi chiedi nello specifico qualche ricordo di scuola, di quel luogo, di quel tempo di vita che ieri, come oggi, domani e sempre vuol dire risate, compagnia, organizzazione, lavoro, appuntamenti. Avrei tanto da raccontare di me, delle compagne, della maestra Elvira Malasomma, temuta, amata e rispettata da tutti: era considerata un Istituzione.
Un episodio è rimasto indelebile nella mia mente perché rivelatore di stati d'animo ed ha significato per me una lezione di vita. A quei tempi noi ragazze andavamo a scuola indossando un grembiule bianco lungo fino al polpaccio. Un giorno dell'ottobre del 1942 -frequentavo la quarta classe-la maestra ci condusse per la prima volta in palestra per eseguire gli esercizi ginnici e ci ordinò di toglierci i grembiuli. Per le mie compagne liberarsi di quell'indumento fu una festa, perché era a dire il vero assai ingombrante. Ma io non lo tolsi e la maestra, con tono autoritario, mi ordinò di farlo. Ubbidii, arrossii in viso e a stento contenni le lacrime. Questo perché abitualmente la mamma, quando andavo a scuola, mi faceva indossare vesti rattoppate (tanto c'era il grembiule che copriva tutto.. .). La maestra prontamente capì il mio disagio, conosceva bene la mia famiglia e, dopo poco, trasformò l'esercizio in gioco. Tornata a casa raccontai tutto alla mamma e piansi. Lei sdrammatizzò, mi prese quasi in giro e per cena mi preparò il mio dolce preferito: la crostata con le amarene. Seppi, anni dopo, che la mamma e la maestra ebbero occasione di parlare dell'accaduto; era tanta la stima reciproca che i loro rapporti non ne risentirono. Questo è tutto. Erano, per le nostre e per tantissime altre famiglie, anni duri, molto duri. Mio padre era stato richiamato alle armi e dovetti aspettare il ritorno dalla sua prigionia per abbracciarlo. E fu una fortuna che non tutti i figli ebbero. Appartenevamo, io e te, a famiglie impiegatizie, alla cosiddetta "piccola borghesia" che viveva di un modesto reddito fisso che l'inflazione cauata dalla guerra aveva reso insufficiente anche per lo stretto fabbisogno familiare. Le ristrettezze economiche erano molte; le nostre mamme rammendavano continuamente, rattoppavano di tutto, lavoravano con i ferri maglie, calze, sciarpe, rifacevano colletti e maniche di camicie. Si giocava con le bambole e le palle di stoffa confezionate in casa. Ci mancava tutto, ma non mancava a noi l'allegria e ai nostri genitori una decorosa dignità.


La seconda è di Enzo Spirito:

"Iniziai a frequentare le scuole elementari nel 1936, anno XIV dell'Era Fascista; i primi tre anni a San Francesco e i successivi due al nuovo edificio. Furono per me anni decisamente piacevoli, per le continue scorrazzate e i tanti giochi con i miei coetanei, che restano un ricordo incancellabile, anche se non sempre l'età spensierata è sinonimo di divertimento. Certamente per i nostri genitori, più che per noi, fu un periodo abbastanza triste, considerata la guerra in corso che rese ancora più difficile procurarsi il cibo. In quel tempo era tutto regolato dalla tessera "annonarià' e solo in pochi potevano permettersi il lusso di comperare qualcosa al mercato nero. Ricordo un particolare: agli scolari che usufruivano della mensa scolastica venivano tolti dalla tessera annonaria i bollini per la porzione di cibo che consumavano: pane, pasta, carne ecc...
A Fondi, che contava sedicimila abitanti, esisteva un gran numero di famiglie in possesso della tessera di povertà e quando si faceva la spesa alla "bottega, non si pagava in contanti, ma si segnava sul "libretto", per poi pagare quando i nostri padri ricevevano la "quindicina".
Il voler studiare era un'impresa ardua; molti erano gli alunni che si dovevano accontentare della cartella di pezza, che consisteva in un ritaglio di stoffa che le nostre madri cucivano alla meglio. Il materiale scolastico era alquanto scarso e i poveri si dovevano accontentare di un quaderno e di una penna. Il libro di lettura, tanto necessario, mancava. Si doveva attendere la Befana fascista, tre mesi dopo l'apertura della scuola, per riceverlo assieme ad una maglia nera, un pacco di spaghetti e qualche giocattolo. Il sussidiario no. Quello bisognava farselo prestare. Ricordo che molti erano i ragazzi che marinavano la scuola ed erano puniti per questo. Le punizioni consistevano nelle "spalmate" con la bacchetta, ed il numero era proporzionato alla colpa commessa. lo, per esempio, le ricevevo perché avevo il brutto vizio di "suggerire" e finii per essere giudicato come un peccatore incorreggibile nell'arte del suggerire". Certamente per quei tempi era dannoso, controproducente; non era concepito l'aiuto, la collaborazione tra alunni.
Ma a parte tutto ciò, come accennavo all'inizio, il mio viaggio scolastico è stato piacevole. Ai miei insegnanti, donna Guglielmina Goffredi e Alfredo Spirito, dico grazie. La loro immagine rimarrà nel mio cuore. Se dovessi scegliere della mia vita i momenti più cari, sceglierei decisamente l'età scolastica, nonostante tutto".
 

Queste testimonianze, che richiamano alla mente i momenti felici della fanciullezza, fanno scorrere davanti agli occhi, come fossero fotogrammi cinematografici, le scorribande sulla collina di Monte Vago, Ju Trozz.

Ecco il racconto di Ennio Monforte:

"Durante la guerra, dopo l"'appropriazione" del campo sportivo da parte del reparto dei militari carristi che avevano preso alloggio all'ex scuola di San Francesco, esso non era più accessibile per i nostri giochi. E noi, a quel tempo, nonostante avessimo a disposizione le protettive piazzette, cercavamo gli spazi aperti. La collina di Monte Vago si prestava perfettamente al nostro gioco preferito: "Briganti e carabinieri". Ed il continuo salire e ridiscendere i viottoli delimitati dai fichi d'india, il nascondersi negli anfratti delle rocce o nei cespugli, il sostare accaldati alla fontana di Gegni ci facevano vivere momenti magici che oggi sono negati ai nostri figli e nipoti. La collina di Monte Vago, frequentata per lungo tempo fin quando è stata recintata, ha rappresentato anche, per noi adolescenti, il luogo dove si andava per riposare, respirare boccate di aria pura, ammirare il paesaggio di Fondi, incontrare amici e trascorrere anche momenti piacevoli".....

Durante le estati dell'immediato dopoguerra diventa impossibile recarsi al mare, per le spiagge minate ma anche a causa della non facile percorribilità delle strade. Pur di fare un bagno molti ragazzi vanno a tuffarsi al "porto", a "Ponte Cardellino", a "Ponte Papà', a ju Cunnutt' e in fossati vari dove l'acqua scorre limpida.
Dei ricordi di scuola e così della sua fanciullezza l'amico Manfredo di Biasio, traccia questa testimonianza soffusa di poesia: "Il mio nastro rosso, quello riservato ai bambini al primo anno di scuola, coincise col primo anno della Repubblica. C'erano per il paese i terribili segni della guerra appena passata: poche erano le case intatte, ogni vicolo aveva le proprie rovine, le proprie miserie esposte alla commiserazione dei passanti. Per noi bimbi di quel tempo, la vista delle macerie solo con gli anni avrebbe avuto il valore della desolazione. Allora i cumuli di pietre erano motivo di giochi, di ricerca del minimo oggetto degno di curiosità.
Il primo giorno, e poi per diversi ancora, fu mia madre ad accompagnarmi a scuola, a piedi, dalla nostra casa nella campagna di Gegni. Due chilometri. La stessa strada la rifacevo solo, dopo l'uscita. Ricordo il suo sguardo di compiacimento nel vedermi col grembiule nero, col nastro rosso sotto il mento e con i sandali dalla suola di gomma, comperati alla fiera di Sant'Onorato. Restavano occultati un paio di pantaloncini per cui mia madre si era improvvisata sarta. Mi guardava e sorrideva, specialmente incontrando qualche conoscente: era fiera del suo ultimo figliuolo, avuto quando era su con gli anni. La cartella di grossa tela militare, forse ricavata da uno zaino, me l'aveva approntata lei: mi pendeva sulla schiena col suo peso lieve di un quaderno dalla copertina nera, di una matita e, se non ricordo male, di un'esile asta col pennino. Di mattina in mattina vi inseriva della frutta secca, perché non soffrissi la fame.
Di ritorno dalla scuola spesso mi soffermavo al bivio per la collina di Montevago. Allora vi era un fossato non molto profondo. Proprio all'incrocio con la Via Appia, dove l'apertura del fosso era più accentuata, con la parte anteriore in giù, conficcato nell'acqua e nella melma, giaceva un grosso carro armato. Penetravo nella torretta spalancata e mi avventuravo nell'interno, cosparso di oggetti sconosciuti. Mi piaceva coprire il folto con una maschera antigas: giravo e rigiravo la testa come se qualcuno stesse ad osservarmi. Soddisfatto risalivo e ritornavo nella mia campagna. Era lì
il mondo primario dei miei giochi. La percorrevo a volte attraversando anche fondi lontani dall'abitazione, zone rese brughiere dall'abbandono dovuto dalla guerra. Di essa mi resta una memoria limpida, che gli anni hanno reso dolcissima. Torna a me di sovente con un canto di allodole, lo stesso che incantò la mia anima infantile, un pomeriggio senza nome, senza età.
Fu il tempo di essere uomo, di salpare per regioni oltremarine. Ed anche il tempo di avere i primi due figli al primo anno di scuola. La scuola pubblica, quella di New York, era costellata di incognite, per via di gruppi dalle estrazioni etniche opposte. Specialmente nel Bronx, il quartiere in cui mi ero trovato ad avere casa. Per non vivere di ansie ogni giorno, decisi, anzi decidemmo, io e mia moglie, di iscriverli ad una scuola privata, a pagamento: la "Holyfamily school': ossia la "Scuola sacra famiglià'. L'istituto scolastico, ad un passo da casa, era collegato ad una chiesa cattolica: la "Holy family church': Ci era stato consegnato un blocchetto di assegni, ogni domenica si doveva andare in chiesa, e dopo la Messa si doveva consegnare una quota per la scuola. Ciò risultò estremamente positivo, perché i ragazzi crebbero in un ambiente sano, con un'educazione servita poi nella vita.
Come potevo mi recavo a vederli, a volte con mia moglie, nell'ora in cui uscivano per lo svago mattutino, nel parco riservato alla scuola. Mi facevano tenerezza, nel loro completino blu, con la piccola cravatta a rombi, intonata allo stesso colore. Un mattino gelido di gennaio li cercai invano con gli occhi, tra gli altri della loro scuola, timidamente intenti a giocare. L'aria era ventosa, qualche fiocco di neve sfarfallava qua e là prima di adagiarsi sul suolo. Mi preoccupai, insistetti nella mìa ricerca visiva per tutto il raggio del parco. Li vidi infine addossati ad un muro, infreddoliti e come assenti. Feci in modo di richiamare la loro attenzione, quindi vennero al cancello. Soffrivano il freddo, non avevano un copricapo adeguato, che li difendesse dalle ventate gelide. Il giorno stesso mia moglie provvide a comprare ad ognuno un giaccone pesante, munito di cappuccio che terminava a tubo, a una corta distanza dagli occhi.
Prima che terminassero le elementari decidemmo di portarli a vivere nella nostra terra. Più in là sarebbe stato difficile sradicarli dai legami con i coetanei, e dai loro studi. Valutammo profondamente la situazione, decidendo di rischiare un futuro più umile per loro, in una società meno caotica, preferendolo ad un avvenire forse più opulento, che però non avrebbe dato garanzie
di tranquillità per via della delinquenza. Pensammo in questo modo di serbare integra la famiglia. In seguito abbiamo conosciuto la loro parte segreta legata al mondo della loro nascita, e avuto qualche rimbrotto per aver deciso anche il loro avvenire.
Giungemmo a settembre in Italia, in tempo con l'apertura dell'anno scolastico. La stessa scuola che mi aveva visto alunno. Furono iscritti l'uno alla quarta, l'altro alla quinta: le classi che avrebbero dovuto frequentare se fossimo rimasti a New York. Non dico quanto risultò grave il peso dell'approccio ad una lingua (almeno quella scritta) per loro poco familiare. Avrebbero dovuto perdere un anno. Ma l'orgoglio dei poveri ragazzi riuscì a far superare loro ogni ostacolo, e tra lacrime e rimpianti per la terra natia passarono indenni agli anni in cui poterono primeggiare.
Tutto facile, invece, per l'ultimo dei fratelli, venuto a due anni a scoprire le proprie radici. Per lui c'era in serbo il nastro rosso.
Annotavo in un componimento: "tutto passò così in fretta, quasi il tempo non vi è stato/ di raccogliere le mie cose". È stato proprio così. Senza quasi accorgermene mi sono trovato ad accompagnare il mio primo nipotino a scuola. È il suo primo anno, entra allo stesso cancello varcato dal nonno, e per qualche tempo dal padre.
La storia si ripete, e con essa la tenerezza di vedere dei piccoli con il grembiule scolastico. E non ha importanza il fatto che non abbia il colore di ieri, e che non trionfi più il rosso sui nastri dei principianti. Ci sarà comunque una prima scuola per le future generazioni. E chi sarà avanti con l'età, come è sempre avvenuto, seguiterà fin quando "Senza frastuono/ sarà facile al tempo/ l'assalto/ a una torre di cenere" ".

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