La
comunità ebraica di Fondi nel Medioevo entro la cinta muraria
Era raggrumato con il solo
toponimo di “Giudea” nella memoria collettiva della gente di Fondi. Per
secoli il ceto più popolare ha tramandato brandelli di una storia che si
arricchisce, sia pure con lenta intermittenza, di nuovi documenti, i quali
svelano una comunità ebraica di peculiare importanza tra gli insediamenti
europei seguiti alla Diaspora del ’70 d.C.
Il prof. Tilman Harlander,
preside della Facoltà di Architettura ed Urbanistica dell’Università di
Stoccarda, ritiene, infatti, che “Dal punto di vista architettonico ed
urbanistico, ma soprattutto per la valenza storico-culturale e
storico-sociale il quartiere ebraico di Fondi rappresenta senza dubbio un
pezzo unico nella storia delle città europee”. Per non parlare, poi,
del giudizio più volte espresso dall’emerito ex rabbino capo di Roma, il
prof. Elio Toaff, secondo il quale il quartiere, per molti aspetti, “è
più suggestivo e meglio conservato di quello di Gerusalemme”.
Fino ai primi anni ’70
dello scorso secolo il ricordo della “Giudea” era legato ad un angolo delle
mura, romane e medievali di Fondi. Studi e ricerche hanno poi scoperto che
l’insediamento ebraico occupava tutte le insulae di un quadrante del
castrum.
Il quartiere dell’Olmo
Perino, è delimitato dal tratto finale del decumano maggiore, da un cardine
minore e dalle mura di cinta di nord-est della “città reticolata”. In
quest’area s’insediarono, forse già dal I secolo a. C., gli ebrei che
percorrevano la via Appia, della quale Fondi era una stazione di sosta
obbligata, per raggiungere il centro dell’Impero.
E che la comunità ebraica
arrivi prima di quella del vangelo potrebbe essere testimoniato dal fatto
che nella “Giudea” non si sono mai riscontrati segni architettonici legati
alla religione cristiana, abbastanza presenti invece in tutti gli altri
quadranti della “Fundi” ortogonale sotto forma di chiese, cappelle, oratori
o semplici nicchie votive.
Il “rettangolo”
urbanistico, circondato da numerose chiese intra ed extramoenia, crebbe e si
modellò per oltre quindici secoli su regole fissate nei testi sacri
dell’ebraismo, in particolare della “Mishnà”.
Lo certifica ancora
l’autorità del professor Elio Toaff, che in tanti convegni ha ripetuto: “Il
quartiere ebraico che ancora oggi malgrado non ci siano più Ebrei a Fondi,
viene chiamata la Giudea, non è mai stato un ghetto. Ma, un quartiere della
città come tutti gli altri. Aperto al traffico cittadino e dove Ebrei e
Cristiani vivevano in perfetto accordo. Ma, una cosa mi preme far notare e
cioè che gli Ebrei di Fondi costruirono
la loro Giudea tenendo presente le regole
della topografia ebraica. Quelle scalette che scendono nel gran cortile, i
cunicoli che mettono in comunicazione una casa con l’altra sono tutte
previste nei testi tradizionali ebraici e ispirati a motivi di carattere
rituale ed anche di sicurezza”.
Le scalinate esterne
originarie tutte rivolte verso un unico punto sacro, rappresentato dalla
sinagoga, i muri di quinta nel labirinto dei vicoli, le ziquàh, le stradine
arabe che si perdono direttamente nelle case, i portici precedenti slarghi e
piazzette contigue e le case isolate sono queste le caratteristiche
topografiche “strane” e suggestive, che contribuirono alla riscoperta di un
quartiere “diverso” della città.
Quasi al centro del
quadrante sorge la Sinagoga o “Schola”. Si affaccia sullo spazio più grande
del quartiere, l’attuale piazza Aurilio Rufo.
L’edificio sacro, la cui
abisde poggia sulle mura di cinta romane, con i suoi tre portali d’ingresso
ostenta una facciata “monumentale”, alleggerita dalle tre mezze finestre
dell’ultimo piano. Una costruzione “imponente”, che non si riscontra in
altre abitazioni del quartiere. Sulla chiave di volta del portale centrale
è raffigurata una melagrana stilizzata, tipica della simbologia ebraica.
Un’interpretazione più
recente, invece, vede nel frutto rappresentato un’arancia, un “etrog”,
simbolo religioso delle più antiche sinagoghe. L’”etrog” legherebbe ancor
più la storia del quartiere ebraico a quella della città, nel cui territorio
la coltivazione degli agrumi, quasi sicuramente introdotta proprio dagli
ebrei, si perde nel “buio” dei primi anni del Medioevo.
La sinagoga ha subito vari
e profondi interventi nei secoli. All’interno, però, sono ancora presenti,
ai piedi dell’elegante scalinata, il pozzo e la vasca per il bagno rituale
delle donne. Come era stato individuato il tabernacolo che custodiva la
Torah, definitivamente scomparso con l’ultima ristrutturazione degli anni
’80, quando la sinagoga è stata trasformata in sette mini-appartamenti.
Attaccata al Tempio vi è
la casa del rabbino dall’architettura piuttosto dimessa, ma significativa
per gli elementi urbani originari che ancora conserva, quali il cortile e
un’intatta ziquàh.
Ultimamente, nello stesso
spazio è stato individuato anche l’orfanatrofio.
Forse dalla metà del XVII
secolo la “pietas” popolare ha creato intorno alla sinagoga la leggenda
della “Casa degli spiriti”, che non è stata mai abitata. Ancora oggi,
infatti, la “Casa degli spiriti” risulta vuota. I temporanei inquilini di
tutte le epoche sono stati scacciati da agghiaccianti visioni di cavalieri
in armatura medievale, da incendi non distruttivi, da improvvise folate di
vento, da paurosi scricchiolii dei muri portanti, da vegliardi carichi di
pesanti catene, che salgono e discendono la scalinata
La leggenda prese origine
dalle catastrofiche conseguenze seguite all’epidemia di malaria e
all’invasione della vegetazione palustre, che seppellì la città. Nel 1633,
nella “Visita ad limina” a papa Urbano VIII Barberini il vescovo Giovanni
Agostino Gandolfo descrisse lo svuotamento demografico di Fondi, sulle cui
colline si erano trasferite le superstiti “sessanta famiglie per
l’insalubrità dell’aria, poiché la stessa città minime incoli potest, è
assolutamente inabitabile”.
La lenta agonia
demografica era iniziata con la peste del 1527, con la disastrosa incursione
del corsaro magrebino Kair-ed-Din Barbarossa nel 1534, con i decreti di
espulsione degli ebrei dal Regno di Napoli nel 1541 di Ferdinando il
Cattolico e con l’abbandono della contea da parte dei Signori succeduti ai
Caetani.
Con la popolazione
indigena scomparve anche la comunità ebraica, che si disperse in città
dell’Italia centro-settentrionale, ma anche in quelle importanti
dell’ebraismo della Terra di Lavoro.
Si interrompeva una storia
ultramillenaria di una minoranza etnica e religiosa, che aveva trovato nel
quadrante nord-est della città antica, un’oasi di tranquillità e,
soprattutto, che aveva stretto legami socio-economici e culturali con la
comunità cristiana fin dal suo primo arrivo.
L’insediamento avvenne con
gradualità e condividendo le vicende storiche della città. Il quartiere
ebraico, nato attaccandosi prima alle mura romane e protetto da quelle
medievali, si espanse con il crescere della colonia, che divenne
numericamente consistente fino alla prima metà del XVI secolo. Si calcola
che nel 1475 “la comunità, in proporzione alla somma versata per il
donativo degli ebrei del Regno a Beatrice d’Aragona, figlia di Ferrante I,
che andava sposa a Mattia Corvino, re d’Ungheria, fosse composta di una
trentina di nuclei familiari, senza contare i poveri”.
La prima documentazione
certa sulla presenza ebraica a Fondi è testimoniata da un’epigrafe
funeraria, trascritta nel “Corpus inscriptionum latinarum” dal Mommsen, di
cui sono per ora intellegibili solo il candelabro a sette bracci che rivela
una comunità antichissima, la scritta “Shalom” in carattere ebraico e il
titolo di magistrato del defunto. Il reperto archeologico, insieme con
qualche altra stele in greco, viene datato tra i secoli III a. C. e VII
della nostra era.
Purtroppo, non si è ancora
riusciti ad individuare il cimitero israelitico anche se si è sospettata da
tempo l’area de “la terra delli giudei”.
Le successive informazioni
sulla comunità sono fornite dagli archivi ecclesiastici, dagli antichi
“Statuti” comunali, da atti notarili, dai “Dialoghi” di S. Gregorio Magno,
dai “Registri della Cancelleria Angioina” e da pochi documenti conservati
nelle “Fonti Aragonesi”, curate dagli archivisti napoletani.
A parte l’”exemplum” del
giudeo battezzato, riportato nei “Dialoghi” di Gregorio Magno e sulla cui
esegesi si diffonde molto Jacques Le Goff nel suo “Il Meraviglioso e il
Quotidiano nell’Occidente Medievale”, quasi tutta la documentazione
esistente riguarda le attività socio-economiche degli ebrei fondani.
Si apprende così che,
oltre a possedere immobili, gli ebrei pagavano l’affitto di abitazioni
all’interno della “Giudea” al capitolo della cattedrale di S. Pietro.
Compravendita di suoli si hanno anche con i canonici della Collegiata di S.
Maria. Molti erano, poi, i terreni di proprietà, sui quali praticavano una
redditizia agricoltura. Avevano, inoltre, vaste estensioni di territorio ed
ampie sponde dei laghi della Piana di Fondi, riservate alla coltivazione e
alla macerazione del lino e della canapa, attività di monopolio degli ebrei
fondani.
Il quartiere pullulava di
laboratori per la lavorazione delle stoffe. Come di sarti, di tessitori e
di tintori. Redditizio era, per esempio, il commercio del tartaro, che
oltre “ad essere presente nel mosto e quindi nel vino era
impiegato come mordente in tintoria”.
Nelle fiere e sui mercati
erano richieste le “tele dell’Ulmo” e i ricami alla “fundanesca”, che
insieme ai famosi lavori in seta di Gaeta erano esposti nelle fiere del
Regno di Napoli, delle prime città dello Stato Pontificio ed esportati nei
paesi del Mediterraneo con le navi della Repubblica marinara del Golfo.
Dai secoli XV e XVI, con
la scomparsa dei mestieri legati alla produzione di stoffe, gli ebrei “da
Fondi” divennero soprattutto prestatori di denaro. Già alla fine del 1400
operavano due banchi di credito, uno dell’ebreo perugino Ventura di Abramo e
l’altro di Ventura de Moise, che aveva rapporti stretti con gli Strozzi di
Firenze.
Ma i giudei fondani
continuarono anche le loro professioni tradizionali di agricoltori,
mercanti, carpentieri, fornai, vasai, conciatori, orafi, argentieri ed
armaioli che fornivano soprattutto aghi, coltelli e chiodi.
Anche la medicina era
praticata. Al medico Iacobi de Fundis, Alfonso I concesse nel 1492 il
permesso di praticare la chirurgia nella Provincia della Terra di Lavoro.
In questo scenario fervido
di iniziative, di consolidate istituzioni e di lungimiranza politica dei
Caetani-d’Aragona la “Iudaica” di Fondi raggiunse un suo prestigio sia con
un tribunale rabbinico che con l’inserimento di autorevoli rappresentanti
nelle magistrature cittadine.
Nel quadrante nord-est
della “città quadrata”, insomma, gli ebrei contribuirono notevolmente allo
sviluppo socio-economico della contea, che, sotto il governo di Onorato I
Caetani, favorì addirittura il “Grande Scisma d’Occidente” del 1378.
Fino a documento
contrario, furono secoli di tolleranza, di rispetto reciproco e di
integrazione, di cui si conservano ancora profonde tracce nel dialetto,
negli usi e costumi e nella gastronomia della gente di Fondi.
Gaetano Carnevale
Fondi, 16 marzo 2007