"L'arte rivela ai cuori ciò che nessuna scienza può mai rivelare alle menti" - Virgilio

La Portella
Salotto Culturale Fondano

Home  Info

Under Construction

        Ristorante Riso Amaro

Giulia Gonzaga
Nel lumicino del ricordo

Il 19 aprile 1566 Giambattista Perez, segretario di Giulia Gonzaga dal 1545, cosi` adempie al compito non lieto di dare la notizia della morte della signora al duca di Sabbioneta, Vespasiano Gonzaga, nipote ed erede universale della contessa:
"Mi parerìa mancar del debito mio, come servitor di vinti uno anni continui de la felice memoria della illustra Signora mia, la Signora Donna Giulia di Gonzaga sua Zia, se non venissi a condolermi con V. Ecc. della sua morte. Sua Signoria lllustriss. morì, come sarà inteso per lettera nel Magnifico Modignano et di M. Federigo Zanichelli, oggi a 20 in 21 ore. Ha fatto una fine conforme alla sua santissima vita, stando sempre in cervello insino all'ultimo che l'uscì quella santa Anima. È stato aperto il suo testamento...".
Quando la coglie la morte in Napoli, Giulia ha cinquantatre anni. Li ha raggiunti con qualche acciacco, quale il dolore di testa ricorrente e la consunzione provocata dalla nevrosi. La decrepitezza non riesce ad offenderla, bensì la abbattono le afflizioni subìte durante quarant'anni
La contessa di Fondi per antonomasia nasce nel 1513 circa in Gazzuolo, terra del mantovano, da Ludovico Gonzaga e dalla signora Francesca Fieschi: nell'albero genealogico gonzaghesco ha la posizione di pronipote di Ludovico III Gonzaga, marchese di Mantova.
Da gran tempo lontana dall'ambiente di corte, Giulia chiude la sua esistenza di ospite nel convento di San Francesco "delle Monache", la cui chiesa indica, nel testamento, luogo della sepoltura delle proprie spoglie mortali. A quel convento si legano ben trentuno anni della sua vita, ossia più dei tredici anni trascorsi in famiglia, ma molto di più degli appena nove circa in cui l'avventura matrimoniale la fa dimorare in Fondi. Una presenza quasi fugace.
Di lei resta ignota la tomba. Non si ha prova o notizia se ciò risponda o meno ad una precisa volontà -sia pure non scritta- della illustre defunta. Non un segno la distingue, non un epitaffio la ricorda. Forse la salma -è stata avanzata l'ipotesi -viene in effetti confusa nella fossa comune, quasi fosse voluto un netto rovescio della celebrità letteraria e del rilievo del personaggio che la circondano in vita. Una scomparsa fantastica anche della bellezza decantatale dai suoi contemporanei? Una qualche sua significazione? La estrema protesta per riscattare e riappropriarsi, almeno all'ultimo, di quel corpo già troppo oggetto di decisioni e di scelte mai fatte da lei? Una cosa è certa: il dramma esistenziale non abbandona mai sia Giulia adolescente che Giulia donna.
Nel gennaio del 1527 Fondi la accoglie nel palazzo feudale e la onora sua contessa: è la seconda consorte del conte locale Vespasiano Colonna succeduto al padre, Prospero, nel 1523. Il Colonna la sposa in Paliano, nell' agosto dell' anno prima.
Tredicenne appena è data in sposa, a seguito di un contratto di promessa di matrimonio (è il costume dell'epoca) stipulato il 25 luglio del 1526 in Roma non dalla sposa-bambina, che è ignara del fatto, ma dal fratello di lei, monsignor Pirro, ecclesiastico, a nome del padre Ludovico congiuntamente alla marchesa di Mantova Isabella d'Este, nella cui casa romana (l'attuale "palazzo Madama", pare), da un lato, e lo stesso Vespasiano Colonna, potente futuro marito, dall'altro lato. Cosi`, nell'agosto del 1526 l'adolescente Giulia viene condotta prima a far la conoscenza e, subito dopo, a divenire la consorte di un vedovo ultra quarantenne. (Vespasiano aveva sposato in prime nozze Beatrice Appiani). Il divario d'età tra lui e lei, già brutale in sé, è però solo il nastro che infiocchetta e lega il "regalo". Vespasiano ha il volto sfigurato dalla paralisi progressiva, che si estende ad un braccio e ad una gamba. Tuttavia, sposa di nuovo. Perché? È orgoglio, sono fumi del potentato aristocratico o è pratica di una collocazione nel giuoco delle caste che si spalleggiano?
Per Giulia, senza dubbio, è una realta` traumatizzante, una frantumazione di vita ancora tra fanciullezza e gioventù, un disastro autentico della psicologia femminile, presentatosi sottoforma della catena della collocazione rispondente agli interessi della famiglia. Da questo il raffronto violento, l' accostamento brutale, disgustoso persino, dei corpi, della mentalità, il turbamento degli spiriti, la lotta sorda delle volontà. E qui il nodo drammatico di vite vissute, di prospettive sconvolgenti tra un uomo adulto uso alle armi, teso al potere e all'intrico con pochi scrupoli e una quasi quattordicenne, acerba e apparentemente supina quanto desiderato ma, per contro, portata dalla natura e dalla educazione a nutrirsi di sentimenti delicati ed elevati, dotata di intelletto assetato di sapere nonché di spiritualità raffinata. E non sono solo queste le asperità, non solo questi i triboli quotidiani: nella vita di palazzo si imbatte, meglio si scontra con Isabella Colonna, certo non bella quanto Giulia e di tutt'altra pasta. Isabella è la figliastra ben conscia del ruolo di erede paterna e pertanto carica di pragmatismo e delle pretese che ostenta e oppone senza mezzi termini. La volitiva madamigella Colonna -scotto degli intrecci per cosi dire economici e politici che informano e regolano la vita del tempo -è destinata a divenirle anche cognata, in quanto sposerà Luigi Gonzaga "il rodomonte", fratello di Giulia. Figliastra e per giunta cognata con la quale ha scontri aspri e, soprattutto, durevoli in una visione illusoria assunta da Giulia in difesa dei propri diritti e della propria posizione di vedova, portata avanti dino al fatale aprile del 1566. Che senso vero ha per lei la disposizione testamentaria del marito Vespasiano, che la riguarda direttamente
"... lasso mia mogliera donna e padrona in tutto lo stato predetto [lo Stato Pontificio] et anco del Regno [di Napoli], sua vita durante [cioè usufruttuaria], servando lo habito di vidua..."?
Il tormentone è questo, sta al centro dei rapporti e degli urti giudiziari tra Giulia ed Isabella. La Gonzaga si sente beffata dal destino che la costringe in gramaglie a soli quindici anni, dopo appena diciassette mesi di matrimonio e senza prole propria: Vespasiano muore il 13 marzo del 1528 in quella stessa Paliano che l'aveva già vista, più che sposa-bambina, oggetto di intrecci aristocratici affannosi, dovuti subire.
Giulia Gonzaga apre in fretta e sgomenta gli occhi sulle realtà che la ingabbiano ed ha la forza d'animo non comune di ergersi a difesa di se stessa. Si atteggia cosi, donna presto fatta tale, tenendo il garbo necessario, a pervicace torre d'avorio per tenere a bada gli assalti e le lusinghe che sa ben individuare provenirle da più parti. Ha la capacità di stupire la società del cinquecento materiale e corrotto; su di lei si appunta la meraviglia dei cortigiani, dei letterati, degli artisti; infiamma Ippolito de' Medici, giovane cardinale laico (muore avvelenato altri nel 1535 assistito da Giulia). Juan Valès la vede cosi:
"...è un gran peccato che non sia signora del mondo intero, ma credo che Iddio abbia così provveduto affinché noi poveretti potessimo goder, della sua divina conversazione e della gentilezza che non è per nulla inferiore alla bellezza...".
Inalbera una sorta di bandiera per diffondere il suo motto "Non moritura" stringe tra le mani il fiore dell'amaranto che, nel linguaggio dei colori, è metafora d'affetto imperituro, fedeltà (traccia cromatica ne è uno dei due colori dello stemma comunale fondano)
Tutto questo atteggiarsi, tutto questo armamentario le ritornano utili relativamente, tirata in ballo com'è sul terreno prosaico su cui sono in ballo cose e fatt concreti, spingono interessi e titoli ereditari assai consistenti. Gli affari, il fondo la spina pungentissima della figliastra e cognata, soprattutto non le danno pace, la tormentano. Prova qualche surrogato di gioia materna dedicandosi al nipotino Vespasiano Gonzaga, futuro duca e restauratore ammirevole di Sabbioneta che nasce a Fondi nel 1531.
Come accennato già, tra tutti e su tutti la stringe con l'assedio delle premure un giovane d'alto lignaggio, Ippolito de' Medici, figlio naturale di Giuliano de' Medici, fratello del papa Leone X che lo crea cardinale laico e lo àncora alla corte pontificia. Dell'assedio del porporato è teatro e cornice la Fondi cinquecentesca. La torre ideale in cui è serrata Giulia resiste vittoriosa nei confronti dell'ardore del sentimento mostrato da tanto personaggio, benché qualche scossone sembra farne presagire il crollo. Tra il giugno e.iI luglio del 1532 fra' Sebastiano Luciani o 'dal Piombo" ritrae -unico artista gratificato di consenso -nel palazzo di Fondi la Gonzaga, per incarico di "sua eminenza': Ippolito, invàghito, come tanti del tempo, della mitizzata bellezza della dama. Ne risulta un quadro celebre (il Vasari cosi` lo descrive: "Venendo dalle celesti bellezze di quella signora e da cosi` dotta mano, riusci` una pittura divina").
Del quadro che ne ritrae i lineamenti - riprodotto in seguito da vari autori senza tener davanti il soggetto -lei stessa cosi` lo descrive al vescovo di Fano il 25 aprile leI 1562 da Napoli, nel mentre esterna anche un giudizio soggettivo della immagine propria:
"...Del guadagno ch'ha fatto d'un mio ritratto io non so quanto mi debba rallegrare, perciocché essendo della bellezza che scrive, non deve essere naturale, oppure messer Titiano ha voluto mostrar la forza del suo ingegno ornando una donna compitamente bella et come dovrebbe essere non come io mi sia stata".
La sensibilità e l'apertrta mentale e spirituale di Giulia la fanno partecipe verso ciò che si agita e costituisce il movimento religioso femminile nell'agitato mondo el XVI sec. e italiano in particolare, ma la rendono tuttavia perspicace. Non si fa travolgere, mentre vive, dal turbine delle idee nuove religiose; è accorta nello scansare i colpi inquisitori, sferrati nello scontro tra le autorità ecclesiastiche e qualificate e alti personaggi del pensiero innovatore. E se è vero che la sfiora il sospetto occhiuto, non la raggiunge la certezza della colpa ed il rigore della pena. Di pena, peraltro, già le bastava quella sofferta a causa della condizione della propria vita.

Nel lungo ritiro conventuale in Napoli, la contessa porta con sé poco, anzi nulla della città centro del titolo feudale, nonché teatro delle mondanità e delle lusinghe dei cortìgiani in visita, senza tacere degli accadimenti tragici del 1534: il nome di Fondi e tutto ciò che lo evoca devono turbarla. Elegge la nuova dimora castigata non certo e non solo a motivo dell'annosa lite giudiziaria in atto contro Isabella Colonna. Le appesantisce l'animo il pensare che a causa del suo ingresso -assentito nell'incoscienza dell'età e per obbligo di ubbidienza, non chiesto e non voluto nel casato e nel palazzo dei Colonna fondani, troppe cose le cadono addosso precocemente, troppe delusioni e rinunzie sopporta, assedi estenuanti la stringono e la premono. È intuibile, perciò, che stando in Napoli non si dà né può darsi pensiero di una città come Fondi. In questa non incontra la felicità e la serenità che si aspetta e che desidera dal matrimonio; con la città non nasce affezione; su questa, in definitiva, non vede delinearsi prospettive sperate, bensì le vede allontanare. La Gonzaga non prodiga, in tutta franchezza, attenzioni o cure verso Fondi: alla città ritiene bastevoli le 'non poche prodigate già dai feudatari predecessori, i Gaetani e segnatamente da Onorato Il. Non una sola opera, nulla di creato e di tangibile -eccetto le tracce letterarie e storiche -ricorderà mai la presenza della contessa Gonzaga qui. Gli appena otto anni trascorsi a Fondi, in effetti conclusi con la coda del nerissimo 1534, sembrano non appartenere al suo vissuto. Ma ne ha anche motivo. A tali anni si lega il prezzo dello sconvolgimento della sua vita per i troppi sogni defraudati o dovuti soffocare. E così che Fondi non vede mai più Giulia e Giulia non desidera vedere più Fondi. La reciproca quanto muta decisione mette fine ad un rapporto che nasce da una forzatura e si trascina nell'inquietudine. Nello sviluppo della storia locale, la Gonzaga è uno spartiacque tra un punto alto di splendore e una decadenza inarrestabile.
Dello stato d'animo della dama esiste la prova scritta, innegabile: allorché giunge il momento solenne di pensare alle sue ultime volontà, allorché -come per ognuno i pensieri e gli affetti, destinati a cristallizarsi immutabili, sgorgano dalle: fibre piu` riposte e profonde umane,
quando cioè scrive e firma il proprio Il testamento, Giulia Gonzaga sente il cuore farsi estraneo e ben al di là delle cose! rilevanti accadutele e di una stagione e di un luogo cruciale della sua vita, non nomina mai Fondi. La dimentica o la cancella del tutto dalla memoria, quasi che se lo avesse proposto ed imposto da tempo. (Un atto di volontà, finalmente libera, ! forse. Questa decisione, tuttavia, non è da ! interpretarsi come animosità personale tra ( la signora e la città che, in quanto tale, non le dà motivi di dissapori, di scontri, di ostilità dirette o manifeste. No, niente
di tutto questo. Nella realtà Fondi, non perché sia indifferente verso Giulia, vede solo attraversare il proprio cielo e la propria storia dalla dama, alla stregua di una eccezionale stella filante presto spentasi, di cui magari conservare il ricordo meraviglioso della lucentezza. La contessa nel suo consuntivo esistenziale, in cui consiste il proprio testamento, dà sfogo incondizionato al proprio sentire umano. È il superamento, con l'oblio, di sensazioni dolorose, fatti, accadimenti, persone e luoghi che desidera eradicare e dimenticare senza acrimonia, senza invettiva, soprattutto senza maledire nulla e nessuno. Con la riflessione e la pacatezza che le derivano dalla macerazione morale, scioglie così ogni laccio e lacciuolo che possano vincolarla anche al di là della esistenza vessata. Esistenza che beffardamente le toglie tutto, quasi nello stesso tempo in cui le concede tutto. Una sola cosa, estrema, le resta possibile: così come le riesce di sottrarre se stessa e il dono della sua bellezza ai costumi del mondo del proprio tempo, decide di sottrarre alla individuazione, magari feticistica o punitiva postuma, anche la sua sepoltura, mai saputa e ritrovata, nonostante le ricerche.
Quattro secoli e trenta anni sono trascorsi dal traguardo dell'ultimo giorno dei cinquantatre anni della esistenza di questa signora. Intorno alla sua figura non poco è stato detto, dibattuto, scritto, congetturato e fantasticato dai posteri. Su "la desventurada Julia de Gonzaga Colonna" (così un suo autografo della maturità) in futuro non mancherà certo e parola e scritto e riflessione. Il lumicino del ricordo ha ed avrà ancora tanti guizzi di luminosità. Richiamerà lungamente, lasciandola oscura, la leggenda popolare che, a torto o a ragione, si impadronì di Giulia contessa: la enigmatica verginità (da alcuni sostenuta pur senza prove certe, da altri negata decisamente per aprioristica carnalità e per questione di legittimità del debito coniugale, da altri ancora lasciata nel dubbio per effetto di un possibile blocco psicologico capace di scatenare la frigidità tra i due coniugi); il mancato ratto per fame un supposto dono al sultano Solimano II; la salvezza attraverso una fuga da leggenda attuata all'ultimo istante facendo persino sacrificare un premuroso domestico che l'avrebbe vista nuda; qualche presunta ed assurda crudeltà fantasticata dal volgo; infine, le malignità su amori e amorazzi e simili, come corollario caro alle ciancie e ai racconti liberi e coloriti creati dalla gente attraverso il tempo. Raramente si rievoca e si rievocherà, allo scopo di conoscerlo e compenetrarlo, il dramma che la donna, la dama bella e celebrata fu costretta realmente a vivere. La fiammella della lucerna del ricordo si allontanerà sempre più nelle buie profondità del tempo. Farà luce sempre più fioca sui lineamenti riflessi sulla tela della poesia del pennello di fra' Sebastiano per il cardinale Ippolito, quelli della dama sfiorata da promesse radiose, che nella vita mai le si concessero.

Geremia Iudicone

 

© 2002- 2011  LaPortella.Net