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L’lucc’cantell 

Di sera in campagna, nella bella stagione sarà possibile vedere ancora un vagare di piccole luminescenze palpitanti. Galleggiano nell’aria a mezz’altezza. Sono le lucciole. Amano il buio intorno; contrappuntano il frinire degli ormai rari grilli notturni.

“Lucc’cantell”: tali le indica il dialetto locale, da “ luccicare”, meglio da “guizzo di luce”, tenue, diffusa da appena dei puntini fosforescenti in volo placido. Un tempo erano frequenti, appena fuori dell’abitato; sciorinavano discorsi di fiaba.

Ora non si vedono più quei rimescolii di scintille là dov’erano di casa; ora non si assiste più a danze di leggiadri spiriti folletti. Nelle ombre credute popolate di misteri incombenti intorno alle ultime case del paese. Le ombre sono state ricacciate oltre e l’lucc’cantell, quelle amanti di esibirsi aeree e vanitosette nell’universo della sera avviata a farsi notte fonda, forse offese dalle moderne abitudini della gente, si sono spente. Non danno più feste notturne. La notte, la gran ribalta dai fondali di velluto nero delle danze silenti delle lucciole, la propiziatrice del vagabondare senza meta, lo spazio magico, profondo, in cui quelle amavano mostrarsi vaghe, in cui vivevano idilli  discreti, è rimasta orfana delle pulsioni come di lanternine recate da invisibili gnomi.

L’lucc’cantell miniavano un firmamento sospeso, a fior di terra, a portata di mano; recavano la gioia di uno splendido dono speculare piovuto dal firmamento maestoso ed irraggiungibile della volta celeste. Nel volo, le luminescenze di corpicini confusi col buio sembrano venirti incontro mute, leggere, meravigliose. Tu le guardavi rapito;  o le inseguivi, felice di giocare al gioco del palmo della mano aperta, nel tentativo di appagare il desiderio di fanciullo di toccare e di far tua la lucina che danzava.

Avrai certo in mente il tempo della tua fanciullezza, quando ti divertivi a cogliere le stille vaganti, mentre recitavi la vecchia cantilena che le invitava così:

“Lucc’cantell ch’purt a be`v’,
purt a bev a ju cavajj’,
a ju cavajj’ d’ ju re,
lucc’cantell a man a me!

Non puoi aver dimenticato, anche se è stato tanti anni fa, al tempo della tua vita, che nutrivi di ingenua poesia.

Ciò che è stato, ora è nel libro dei ricordi, di quelli mai spenti ma solo sopiti. E affidato ad una delle prime pagine del tuo vecchio diario e non ha per nulla perso la ricchezza del fascino delle luminescenze giocose.

Se, di tanto in tanto, ti pungerà desiderio di rileggerla, ai tuoi occhi, per qualche momento, balzerà ancora vivo il pulsare tenero delle luccioline: ti sembrerà vivere in un sogno, anche perchè udrai una vocina lontana. La vocina ti narrerà del fanciullo che sei stato, ti sussurrerà del fanciullo che ancora vive in te, in disparte, e che ama trastullarsi proprio come ricordi facesti tu. Ti lascerai trasportare appena;  poi ti scoterai, vedrai che sei cresciuto e ne proverai un pò di ritegno. Allora ti verrà la voglia di dire a te stesso che tutto questo, forse, non è stato mai vero. Ma sarà solo un impulso senza la forza di vincerti: sorriderai, compiaciuto, e ti verrà cosi` meno il coraggio di dirlo. 

Geremia Iudicone

 

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