Oratorio di S. Filippo Neri
(di Geremia Iudicone)
Il civico numero 43 di
via S Ludovico Ariosto: un uscio tra gli usci, lungo le due
schiere di case che si fronteggiano. Ai più forse sfugge osservarlo da
vicino. Di solito, non ci badano.
Nel centro storico fondano, la via, che piega alquanto a destra prima di
saldarsi al rione "del Cardinale", fu già intitolata ad Ercole,
fondatore mitico della città. La tradizione popolare ,di interesse e di
avviso nettamente indifferenti da quello delle reminiscenze mitologiche
, invece la chiama "il vicolo della Palla". Denominazione senz'altro
intrisa di colore locale simpatico, ma che mantiene oscura la propria
origine.
Se -per pura ipotesi -un postino distratto bussasse a quella porta, non
gli risponderebbe nessuno a viva voce. Dentro c'è una sorpresa, non una
famiglia o una persona. La sorpresa e` piccola, ma vale la pena
conoscerla, al di là dell'interesse ipotetico del recapito postale. È
questa: l'ambiente distinto col n o 43 è una curiosità storico-religiosa
fondana. È una memoria, ma è piuttosto emarginata.
Una scheggetta, tra i tanti fatti e i non pochi ricordi di cui è
composta la storia locale. E, come tale, non è giusto affatto tacerne:
occorre che se ne parli. Non fosse altro che rendere omaggio al fascino
che emana dal fatto che è piccola e semplice. E, per di più, in ombra.
Un po' stupito, il postino si renderebbe conto che là "ci abita"
addirittura un santo. San Filippo Neri. Si darebbe un col petto con la
mano sulla fronte, leggendo ciò che è scritto sulla pietra di riguardo
di quell'uscio. Poi darebbe un'occhiata, per soddisfare la curiosità e
per rendersi conto della gaffe commessa. Non farebbe a meno di
domandarsi, però, il perché esiste a Fondi una singolarità tale, confusa
tra le case della gente.Appunto. Perché?
Si può provare a rispondere, coordinando riferimenti, tempi e cose che
sono sì sotto gli occhi, ma a cui non si fa caso. In genere. A beneficio
della risposta, va tenuto ben presente cosa fu il sec. XVII per Fondi.
Sopratututto fu una grossa disgrazia, per la gran parte della durata,
più grave di quella dell'agosto 1534. Ne discesero circostanze storiche,
sociali ed ambientali disastrose. Ma che, nel "vicolo della Palla",
dovettero determinare anche che fosse ubicata proprio in quel punto la
modesta sede locale
dell' "Oratorio", opera meritoria creata da un santo, conosciuto come
"Pippo buono" nella Roma del '500.
Nell'oratorio si apprendeva l'istruzione, ci si incontrava e si pregava
insieme, si socializzava: in sintesi, ci si elevava nello scambio delle
conoscenze e si stringevano vincoli civici. Opera sana, sotto ogni punto
di vista. L'oratorio fondano nacque 330 anni or sono.
Prima è stato detto che, forse, sfugge osservarlo da vicino, quando non
se ne ignora l'esistenza. Ed è vero. Una descrizione breve ne può dire
che si tratta di un ambiente rettangolare, con una volta bassa, senza
pretese, spoglio di ornamenti vistosi. Del quale ambiente, anche se non
si può vedere, ovviamente, si percepisce che veste una dignità tutta
propria. Con pieno merito: rappresenta sem- pre un luogo "dedicato".
Senza imporlo, suscita un rispetto, dovuto ben al di là del fatto
dell'età, ormai
venerabile. Poche e semplici suppellettili si sforzano di fungere da
cornice e da ornamento stringato di un altare piccolo, dedicato appunto
a San Filippo Neri, su cui ogni 26 maggio -giorno della festività o
memoria liturgica del santo - è stata sempre celebrata la Messa. Lo si
ricorda a memoria d'uomo, lo vuole la tradizione popolare.
Che sia stato "oratorio" filippino a suo tempo, lo dice chiaro e tondo
un graffito breve, sull'architrave di pietra semplice. Sono parole
laconiche,.tracciate alla buona, senza stile epigrafico, senza
ornamenti. L'insieme dello scritto si avvicina piuttosto a una sorta di
firma su un documento d'epoca ormai lontana. Epoca che fa capolino per
precisare che si era nel "1662", con le cifre scritte con la tipicità
grafica del sec.XVII.
L'architrave svolge egregiamente la funzione di informare, di quel tanto
e con quel tono che basta, circa un fatto che non vuol fare dimenticare.
Ad esso venne dato il comando di sussurrare appena e mai di gridare ai
suoi vicini di casa ed ai passanti il motivo per cui tutti lo vedono là
da 330 anni.
"Oratorium S. Philippi Nerii - 1662": là, dunque, si metteva in pratica
il pensiero educativo e religioso del santo titolare.
Il muro esterno della costruzione in cui è l'oratorio dice pure che,
probabilmente dopo, al sussurro dell'architrave fu aggiunto un grido di
esultanza, affidato ad un manifesto illustrato e senza scritta, perché
era tutto un discorso in se! Al di sopra dell' uscio, infatti, fu fatto
eseguire un affresco. Non dovette essere cosa di poco conto, considerata
l'epoca. Oggi costituisce una scoperta, piccola, da non trascurare. È
un'immagine a colori di san Filippo. Misura pressappoco quanto un quadro
da parete domestica.
Il sole, le piogge, i venti e le altre intemperie non ce l'hanno fatta,
in tanti e tanti anni di lavorio, a cancellare l'opera parietale. Opera
che non dimostra essere stata eseguita senza i criteri della tecnica
pittorica adeguata a garantire la conservazione. Una successiva volontà
proterva, scatenata da sconosciuti ignorantissimi, mediante sassate e
colpi sacrileghi, hanno danneggiato una vera e propria sintesi di
qualcosa che esprime valori artistici, religiosi e storici,
rappresentati dalla piccola opera stessa. La pittura (tra l'altro anche
prova locale superstite del costume dell'affresco parietale all'aperto),
a dispetto delle offese ricevute, non solo lascia intuire, ma offre
leggibili a sufficienza i pregi non disprezzabili profusi dall'autore
ignoto, ispiratosi ad un grande maestro del pennello. Un minimo di
osservazione ne mette meglio in evidenza il tema, chiaro e toccante.
Vestito con i paramenti sacerdotali, il santo fiorentino vissuto nel XVI
sec. e noto per la bonarietà e i motti arguti, è raffigurato implorante
in ginocchio e con le braccia aperte. Colpisce l'analogia presentata con
il tema pittorico di un 'opera nientemeno che di Guido Reni. Un restauro
auspicabile restituirebbe l'affresco, verosimilmente del tardo XVII
sec., al patrimonio culturale della specie non effimera -di questa
città. L'ipotesi, però, resta sospesa nel platonico, sia chiaro. È fatta
per puro scrupolo, nella consapevolezza che c'è poco o nulla da sperare
in proposito: la città trascura sovente in maniera lampante, talora fino
all'avvilimento, i tanti tesori ereditati da un passato che -a
differenza netta da oggi -ha avuto e ha offerto i suoi splendori. Se
però questo 1992 lo si volesse vedere come una ricorrenza di riguardo
verso ciò che testimonia l'ambiente oratorio (che se ne sta in disparte
da 330 anni), si ascriverebbe almeno a buona occasione di riscatto, da
non lasciar cadere inutilmente.
Detto questo, per entrare in un minimo di trattazione di chiarimento
storico-mbientale intorno all' oratorio e alla valenza della sua
presenza, bisogna riferirsi ad alcuni fatti rievocatori di un passato
dalle connotazioni dolorose.
L'oratorio sorse qui, nel 1662, a quarant'anni dalla canonizza- zione
(1622) di Filippo Neri e a ottantasette anni dalla fondazione del primo
oratorio in Roma. È risaputo che il santo uomo, missionario per
vocazione, avrebbe voluto portare la diffusione del Vangelo nelle Indie.
Una realtà di bisogni drammatici invece, gli fece concepire di doversi
fermare a svolgere opera caritatevole di apostolato dell'istruzione tra
la gente degli strati più popolari e trascurati della Roma del tempo.
Rispetto alla realtà fondana del XVII sec., è intuibile che i seguaci
prossimi del santo in questa città disastrata riscontrassero necessità
paragonabili -se non maggiori -a quelle romane, che tanto colpirono la
sensibilità del fondatore.
E proprio tale specie di necessità possono essere quelle principali
capaci di spiegare a sufficienza il perché del trapianto della
iniziativa oratoriana
qui. Lo sostiene il concorso del clima di drammaticità eccezionale
fondana con gli ideali propugnati dal santo. Sul piano pratico, fu
scelto l'angolo cittadino di cui si è accennato, realizzando la
ubicazione in una delle strade tra le più note della Fondi di sempre, ju
vìcul' d' lo Pali. La testimonianza che ne sopravvive parla. Lo fa con
una vocina, se si vuole, ma una vocina chiara di tono e segno lodevoli,
levata con coraggio in un vero pantano di negatività sociali in un tempo
che, altrove, si caricava delle ridondanze del barocco.
Le cronache locali, forse e senza forse, hanno il torto di tacere del
tutto sull'oratorio. Sorvolano, non lo degnano nemmeno di un cenno di
attenzione. Quantomeno, è ingiusto, a volerne dire senza scendere
all'accusa di disprezzo. Eppure, l'oratorio qui è stata la presenza di
una istituzione i cui scopi si riconoscevano in ideali elevati e
civilissimi. Meritava, perciò, di essere annoverato nel contesto delle
memorie della città, non ignorato.
Dell'oratorio è pensabile sia stato senz'altro iniziativa lodevole,
valida a favore di una collettività cittadina che, proprio allora,
compiva sforzi non lievi per ricomporsi, stentava a ritrovarsi per
ridare vita alla città e al suo vasto contado.
La memoria, non lieta, del tempo fondano compreso tra il 1600 e il 1690
o giù di lì, informa come i pochi, eroici cittadini di antica residenza
si fossero sacrificati a tenere in piedi un corpo civico divenuto
spettro di se stesso, costretto a trascinare solo una parvenza di vita,
peggiore di quella di un malato che muove a commiserazione profonda. La
città diveniva sempre più vuota. Ai pochi che si aggiravano in essa
incuteva spavento, addirittura raccapriccio. La fuggivano tutti. Con
ragione. Subentrava l'abbandono, con tutto il suo apparato di morte. La
caduta verticale della vita collettiva normale che era costume
antichissimo vivere qui (quella dei lunghi tempi prosperi), era ormai
inarrestabile. Per quel tempo, dire decadenza equivarrebbe a riferirne
con indulgenza larga e bugiarda. Ipocrita proprio.
Fondi, tuttavia, continuava a costituire un nodo obbligato nel sistema
viario, che includeva pure un confine di Stato. L'antica via Appia
attraversava la città, incanalandovi il traffico terrestre nord-sud e
viceversa parallelo e fiancheggiante il Tirreno. Un transito che però si
effettuava alla velocità del razzo, frustando duramente i cavalli,
evitando il più possibile di guardare le desolazioni. Quasi evitando di
respirare l'aria malsana che avvolgeva tutto e tutti. Dominavano il
disfacimento, l'acqua morta eletta grande area metropolitana dalle
zanzare, l'aria mefitica, le febbri di malaria. Era l'agonia di un
territorio esteso, già ricco in misura notevole, fruttuoso per il fisco
vicereale interessatissimo a riscuotere. Un dato eloquente: nel 1632 il
vescovo di Fondi Maurizio Rogano, riconosciutosi pastore di un gregge
fondano ormai sparuto, riuscì a censire uno scampolo di popolazione di
appena 332 abitanti, equivalenti a circa 66 "fuochi" o famiglie, a
fronte dei precedenti 2.900 abitanti circa di meno di cent'anni prima,
pari a 560 "fuochi". Calamità naturali, acquitrini diffusi, animali
"grossi" -bufalini in specie -si aggi- ravano in libertà primitiva,
persino nell'area che oggi è piazza Duomo, ossia davanti al portale
della cattedrale. Balzelli esosi, soprusi insopportabili commessi da
sciacalli sia fiscali che feudali forestieri che sempre più facilmente
lasciavano mano libera a subordinati rapaci. Si era insinuato il
sopravvento sui baroni, debosciati e scialacquatori, avidi solo delle
rendite feudali, boriosi dei titoli aristocratici e dei blasoni
variopinti, occupati e preoccupati di esibire àl vento i loro baveri
ricamatissimi. Costoro vivevano lontani da Fondi, ne ignoravano le
condizioni vere di vita. Feudatari e loro rappresentanti, in breve, si
abbattevano sul territorio e sui pochi abitanti come altrettante
bibliche piaghe d'Egitto. Insensibili, continuavano nelle loro azioni
assassine di una popolazione e di un territorio. L'incuria grave dei
detentori del feudo, solo pretenziosi, gelosi e litigiosi, si avviava a
toccare il fondo di un baratro in cui finirono col precipitare loro
stessi, nel medesimo secolo. In proposito, si pensi che persino i
sovrani arrivarono a non tollerare più lo stato pietoso delle cose
fondane: nel 1690 dovettero privare i feudatari del titolo di "conte di
Fondi" e dei benefici connessi.
Poco utile, molto a lungo e più del dovuto oneroso per il popolo e i
beni delle stesse istituzioni religiose locali si era dimostrato il
tentativo di bonifica della piana fondana. Fu esperito negli anni 1639 e
subito seguenti. Lo squallore però perdurava e non fu più oltre
tollerato. Per cui tutto il feudo o "stato" fu devoluto al regio fisco
di Napoli.
Fondi tutta aveva vissuto e sopportava ancora momenti di agonia,
scadendo nella condizione di arrivare appena ad un palmo dalla
cancellazione definitiva dalla carta geo-politica dell'allora viceregno
spagnolo di Napoli.
Nello strascico di così gravi pericoli e tra tanti mali pubblici, la
presenza silenziosa dell' oratorio, dopo che fu tra le istituzioni
civili e religiose locali del tempo, si giustificava con lo svolgere
-lungi dal fare miracoli, ovviamente -un ruolo rispettabile di sussidio
e di rafforzamento, utili ai fini primari di contro-tendenza
suscitatrice di riaggregazione della collettività e di risanamento
ambientale. Fondi doveva risorgere e risollevarsi. Ricchezze appetibili
notevoli erano a disposizione di volenterosi bene
intenzionati: case, buone terre, boschi, pascoli estesi, sorgenti, fiumi
e laghi e mare aspettavano gente che curasse il tutto. Una popolazione
riaggregata, una vitalità nuova e coraggiosa urgeva. Bisognava
cancellare il più possibile e in fretta gli effetti esiziali di quella
che può essere definita la gravissima diaspora della storia fondana, nel
clima cupo e mefitico del suo sec.XVII.
E l'oratorio, dal 1662, fu presente a dare la sua mano preziosa
nell'attività di rivitalizzazione. Lo attesta quell'orma lasciata nel
"vicolo della Palla", al n° 43. Piccola, senza dubbio, ma che parla di
un coraggio eccezionale avuto nello sfacelo vasto e prolungato. Coraggio
di cui andava e va dato atto, a giusta ragione.
Sotto un certo punto di vista finalizzato alla idealizzazione, più che
orma tangibile di slancio e di lavoro provvidenziale, essa è pensabile e
valutabile come trasmutazione di uno dei sorrisi bonari frequenti sulle
labbra di un evangelizzatore di spirito proverbiale. Un sorriso
esortativo, rivolto benigno e generoso verso le vecchie e stratificate
piaghe fondane: è restato ad aleggiare là nel "vicolo", augurio di un
santo per il futuro della città impegnata nella lotta per la
.sopravvivenza.
Il nome di Filippo Neri e l'attributo luminoso che lo esalta continuano
la testimonianza, schiva da rumori, di un' opera prestata sotto quel
nome stesso in una bufera distruttiva. Sono paghi della sola presenza.
Il ricordo dell'opera resta incastonato alla maniera di un tasselletto,
significativo e al posto giusto, nel mosaico non piccolo della storia
locale. Anche se si continua a fingere di non vederlo. Anche se il
tasselletto non smania per volere apparire ciò che è stato. E,
soprattutto, quando lo è stato.
Geremia Iudicone
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