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Vicoli vuoti

Quando cammino in questi vicoli vuoti,
odo solo i miei passi. Battono cupi
sul tessuto sdrucito dei basoli.
M’accorgo di rompere una quiete
che inquieta. Non c’è nessuno o quasi
nei vicoli e nelle piazzette: file di porte serrate
coperte di ragnatele;
finestre senza vita, balconi cadenti.
Non ride un vaso fiorito,
non gocciola un panno steso al sole;
non passa un cane,
non sonnecchia un gatto acciambellato.
Sgomento , il ricordo corre
alle voci che man mano si spensero,
al tanto calore di vita che fu quì attorno.
Solo antichi campanili restano, per ora,
a chiamare i molti fattisi più in là,
oltre il quadrato delle mura secolari.
Se un rabbuffo di vento
bighellona nei vicoli vuoti,
pettina chiome capricciose di tant’erbe,
stacca intonaci, alza la polvere,
scuote ragnatele diffuse,
spande lezzi di muffe nascoste,
fa cigolar sinistre le imposte.
Rabbrividisco, affretto i passi;
si fa scuro il cuore e grida:- Correte,
sta morendo la vecchia città!
Tendo invano l’orecchio:
non risponde più nessuno.
Oh, sì, crucciati, han disertato
pure i lari benigni,
stanchi di custodire dimore desolate!
E silenzio ed indifferenza, i sicari tristi,
ormai distruggono alla cieca
più che tempesta.
Non par ci sia chi rifletta
sui gridi di angoscia muta,
levati da focolai spenti,
da stanze rimbombanti, da tetti cadenti,
a chiedere amor che riporti
pulsare di vita nuova, in questi vicoli vuoti.
Tu che hai letto, forse stupito, forse incredulo,
dimmi se ti ha mai trapassato il petto
qualcuno di quei gridi;
se ti ha mai rattristato il pensiero
di tanta rovina.
No?
E che cuore hai, non sei più di quì? 

Geremia Iudicone

 

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