GIULIA GONZAGA - Il mancato ratto
(dal libro “Fondi nei
tempi” di Mario Forte pp.316-322)
Per quale
ragione Ippolito dei Medici non aveva sposato Isabella?
Egli, in
realtà, non si mostrò incline verso di lei poiché aspirava alla signorìa di
Firenze e alla mano di Giulia Gonzaga a cui aveva pure dedicato una
traduzione in versi toscani del libro dell’Eneide.
Ippolito non fu il solo a cantare di Giulia; l’Ariosto ne ha
immortalata la beltà:
«Giulia Gonzaga, che dovunque il piede
volge, e dovunque i sereni occhi gira,
non pure di ogn’altra beltà le cede,
ma, come scesa dal ciel, dea l’ammira» (1).
Parimenti ne hanno eternato la memoria Bemardo Tasso
(2),
il Molza (3),
Gandolfo Porrino, suo segretario (4).
Principi,
uomini di stato, uomini di armi e letterati avevano fatto del castello di
Fondi una meta, dopo che Giulia a diciotto anni era rimasta vedova
(5).
Ella aveva
portato a Fondi il culto delle lettere e dell’arte, proprio della corte di
Mantova; era riuscita a riunire in sé due valori rare volte concomitanti:
una suprema bellezza ed una intensa vita spirituale.
Alla sua formazione intellettuale, avuta nella casa di
Mantova, aveva aggiunto una vita perfetta ed esemplare che può stare alla
pari con quella della sua contemporanea e amica Vittoria Colonna
(6).
La fama di
tanta virtù e grazia causò a Giulia un increscioso episodio di cui risentì
tutto il contado di Fondi, cioè il tentato ratto organizzato da Keir-ed-Din
detto il Barbarossa, per far dono della persona di Giulia al sultano
Solimano II.
Dopo la conquista di Tunisi, Ariadeno Barbarossa si inserisce
nella nostra storia per il tentato rapimento di Giulia Gonzaga. Il racconto
di esso viene arricchito di molti particolari, desunti dalla relazione
inedita del 18 dicembre 1534 (7)
inoltrata al vicerè don Pietro Toledo da parte dei cittadini superstiti di
Fondi e di Sperlonga, intesa ad ottenere l’esonero del pagamento delle
imposte per i gravi danni subiti ad opera dei corsari(8).
Il documento fuga molte ombre leggendarie e rettifica delle inesattezze fino
a tutt’oggi riportate dagli storici.
Il Barbarossa,
postosi in mare nel 1534 con la formidabile flotta di ottanta galee al fin
di devastare le coste dell’Italia, si propose la cattura della dama
italiana, maggiormente celebrata in bellezza, Giulia Gonzaga, per offrirla
in dono al sultano Solimano.
Il 1 agosto
1534 egli si trovò innanzi a Messina; dopo l’approdo in Calabria saccheggiò
San Lucido e molte altre località. Ben presto fu a Napoli, sbarcò a Procida,
riducendola ad estrema rovina.
«Al far
del dì» (9)
dell’8 agosto, nelle acque di Sperlonga,
avanzarono verso la riva per prima nove galee che, profittando della leggera
foschia mattutina, sbarcarono sul lido «gente turchesche armate con
archebusi et archi ed freza». Non tardò a sopraggiungere «ad
vele spiegate verso dicta terra lo resto de l’armata ».
I
barbareschi, non trovando resistenza alcuna, salirono verso il paese,
scardinarono la porta «che guarda verso Roma », bruciarono l’altra
«vicino al castello» ed entrarono nella terra uccidendo quanti
incontravano. Mentre una parte dei corsari bruciava nel porto barche,
fregate e sciabecchi, e distruggeva magazzini all’intorno del paese,
il resto dell’armata prese di assalto il fortilizio, in cui si erano
arroccati quasi tutti gli Sperlongani, dopo averlo tenuto sotto i tiri
d’artiglieria per sei ore. Nel frattempo, degli assediati, una cinquantina
perirono, quasi tutti gli altri furono feriti. Gli assedianti, pertanto,
occuparono un torrione meno fortificato, dalla cui sommità lo stesso
Barbarossa intimò la resa, che non tardò ad aversi.
Gli arresi
furono condotti sulla spiaggia alla presenza di Keir-ed-Din che,
superbamente assiso su una fregata, mandò libere, a motivo degli acciacchi e
della loro tarda età, ventiquattro persone; tutti gli altri, tra cui
quattordici belle fanciulle, dichiarati prigionieri, furono fatti imbarcare
e portati in schiavitù. Oltre alle ventiquattro persone ripudiate dal
corsaro, ne rimasero libere altre tredici ; trentasette in tutto che si
trovavano fuori Sperlonga. Il resto degli abitanti furono uccisi o
deportati. Non mancarono l’asportazione de «le campane della ecclesia»
e l’ingente bottino di cui faceva parte un valore di ben ottomila ducati
tra beni mobili, denaro contante, oggetti d’oro e d’argento sottratti
soltanto a uno di essi. Centosettantadue abitazioni furono del tutto
distrutte, sessantaquattro solo parzialmente.
La notizia della distruzione di Sperlonga non tardò a
pervenire a Fondi dove, mentre i sindaci della città in allarme decisero di
inviare due cittadini in ricognizione per scoprire il movimento e le
posizioni del nemico, giunsero due giovani da Gaeta che, accompagnati da una
spia turca, riferirono a Giulia Gonzaga il pericolo che incorreva «et le
dissero che veniva dicta gente turchesca in Fundi e che si fosse salvata. Et
così dicta illustrissima Julia ad pede se ne uscìa scalza in capelli fora
del castello ». Con la nobile signora fuggirono molti altri e forse
anche Isabella, vedova di Luigi Gonzaga e il podestà Steccaccio.
Frattanto
ritornarono i due esploratori inviati dai giudici di Fondi e riferirono
sulla marcia dei seimila turchi verso la città. Alla nuova, i cittadini, in
fretta, trasportarono nel castello, per tutta la notte fino a giorno
avanzato, quanto di prezioso la città possedeva, in particolar modo gli
arredi sacri, e si trincerarono in esso.
Erano le
undici del 9 agosto. I feroci masnadieri, non potendo irrompere nella città
attraverso la porta superiore, devastarono la chiesa di San Francesco e le
cappelle di San Giovanni e di San Rocco fuori le mura; aggirarono l’abitato,
vi penetrarono «per la porta di bascio per donde si va ad Roma» e per
la porta «de l’episcopo », e assediarono il castello.
Il
combattimento si prolungò fino alle ore ventidue circa, quando, in seguito
al cedimento de «la porta de bascio» del castello data alle fiamme, e
alla rottura dei cancelli che immettevano nell’interno del maniero, il
viceconte proclamò la resa. I trionfatori gli promisero di «far francho
epso et dui altri chi voleva», a condizione che li facessero entrare
«dentro del torrione seu masco de dicto castello». Dove era il tesoro
«di gran prezo et valuta» di donna Giulia. Circa 80
persone tra uomini e donne, arroccati nella parte più alta del castello,
continuarono a difendersi con il getto dei vini. L’incendio appiccato al
torrione causò la morte di 15 di esse e determinò il crollo di due solai;
come pure altri danni furono causati dall’incendio di un’altro lato del
castello.
Fra gli
oggetti asportati dal fortilizio viene menzionata una testa d’argento con
dentro le reliquie di S. Onorato (10).
I danni inferti alla città sono pure riportati nel prezioso
manoscritto: 1213 case distrutte o danneggiate più o meno gravemente; 73
cittadini uccisi oltre ai 15 morti per la difesa del torrione del castello;
150 condotti schiavi. I danni dei beni subiti dai cittadini ammontarono a
circa 36000 ducati. I danni delle chiese, tutte saccheggiate, furono
valutati a parte.
Dove si
nascose Giulia Gonzaga?
Le opinioni
sono molte e disparate. Qualche voce fa menzione di una sosta nel villaggio
di Campodimele, castello del feudo; altri, ipotesi avvalorata da tradizioni
locali, ritengono che abbia potuto trovare scampo nel castello di Vallecorsa,
pure del suo feudo.
Keir-ed-Din,
umiliato per il mancato rapimento della preda e, sospettando che Giulia
potesse essersi nascosta nel monastero delle Benedettine, sito a qualche
chilometro dalla città su una collina verso Itri, violò quel tranquillo
asilo dandolo alle fiamme, dopo aver fatto scempio delle religiose.
Subito dopo
il fiero corsaro cercò di sorprendere Itri (11),
a breve distanza da Fondi; ma gli Itrani, prevenuti a tempo si difesero
virilmente ed obbligarono il nemico a retrocedere. Altre grosse
schiere del Barbarossa furono inviate a Terracina che, saccheggiata, fu
ridotta in cenere.
«Le gravi notizie giunte a Roma empirono di spavento la corte
pontificia. il papa Clemente VII, colpito da indomabile malattia, era agli
estremi: i cardinali si quotarono anche personalmente e assoldarono cinque o
seimila uomini, affidandone il comando al cardinale Ippolito dei Medici.
Questi si recò con grandissima sollecitudine a Terracina ed a Fondi. I
Turchi, non sentendosi sicuri, all’avvicinarsi del valente capitano,
retrocessero a Sperlonga e partirono sulle loro navi. Liberato il territorio
da que’ masnadieri, Ippolito dei Medici riconsegnò le chiavi della città a
Giulia Gonzaga» (12). Gli orrori
perpetrati a Fondi e nei dintorni non lasciarono insensibile Carlo V, il
quale, per vendicare l’onta subita, mosse contro Tunisi, infliggendo una
clamorosa sconfitta all’esercito del grande Barbarossa (vedi nella sezione
dipinti) Il gesto suscitò l’ammirazione di Giulia Gonzaga che il 25 novembre
1535, sentì il bisogno di recarsi alla corte li Carlo V per ringraziarlo
(13).
Sa pure di
leggenda il racconto della fuga di Giulia con Isabella, il suo vagare per
tre giorni per i boschi nutrendosi di sorbe e di mirti
(14)
o la caduta di Giulia nelle mani di alcuni banditi che ne fecero vituperio
(15).
E’ invece da annoverarsi tra i fatti storici il dono di un prezioso diamante
fatto dalla contessa per mezzo di Isabella al Santuario della Madonna della
Civita come voto alla Vergine per lo scampato pericolo
(16).