Presentazione de "I Sardi a Itri" di Pino Pecchia
Itri, 30 agosto 2003, Museo demoetnoantropologico del
Brigantaggio
Dalla magistrale opera di
ricerca effettuata dall'amico Pino Pecchia sui sanguinosi fatti accaduti ad
Itri negli scontri tra itrani e operai sardi addetti alla costruzione della
direttissima ferroviaria Roma-Napoli emerge in sintesi un problema
verificatosi a quell'epoca e che perdura tuttora: si è difeso abbastanza
oppure no il buon nome d'Itri e la sua immagine di paese onesto e laborioso
in occasione degli eventi di quel lontano luglio 1911?.
Perché la comunità itrana si è limitata a difendersi soltanto in tribunale e
soltanto quei cittadini che la forza della legge aveva individuati come
protagonisti di quegli eventi?
Perché poco o nulla si fece per contrastare la diffusione nazionale della
falsa immagine di una Itri banditesca e dedita al brigantaggio abituale come
sua risorsa di vita?
La verità invece era quella di una Itri laboriosa e onesta e, per molti
aspetti, anche ricca rispetto alla massa di sardi qui giunta per lavorare
"sotto padrone".
L'amico Pecchia con questa ponderosa ricerca storica ha restituito un quadro
di quei fatti sanguinosi accaduti all'inizio del secondo decennio del secolo
scorso.
Una massa disperata di sardi, sottopagati e peggio assistiti dal datore di
lavoro, faticava duramente al taglio delle pietre aurunche per procedere
alla costruzione del tracciato della direttissima ferroviaria Roma-Napoli;
una folla enorme di gente bisognosa, baraccata e priva di istruzione si era
riversata su questo paese che mai aveva subito interferenze esterne tanto
pesanti e se l'aveva avute se n'era subito liberato con la forza e la
coesione sociale che distingue tuttora la comunità itrana.
La complessa opera di Pino Pecchia è il risultato di una ricerca faticosa,
puntigliosa, precisa, indipendente, svolta in sede locale e presso i grandi
archivi e le biblioteche di tutta Italia per mettere insieme quei documenti
originali che potessero mostrarci sia la vita itrana dell'epoca che la
sequenza di quei tragici avvenimenti che insanguinarono la terra d'Itri
riportandola ancora una volta alla ribalta nazionale come luogo di mafia, di
camorra e di brigantaggio.
Potrete leggere la successione degli eventi nello splendido lavoro di Pino
Pecchia; noi ora ritorniamo alla domanda iniziale: perché gli itrani
lasciarono che si accreditasse per tutta l'Italia l'immagine degli itrani
briganti e delinquenti?
Tentare una risposta è di enorme complessità perchè coinvolge l'uomo, la
ricerca storica locale, la storia nazionale, il sentimento di italianità.
Coinvolge l'uomo perchè quest'opera è un atto d'amore di cui Pino Pecchia fa
dono al popolo d'Itri al cui servizio ha dedicato buona parte della propria
vita.
Coinvolge la ricerca storica locale che finora si è dimostrata completamente
assente su questo episodio di cui fu protagonista la società itrana.
Coinvolge la storia nazionale perchè gli eventi che qui si verificarono
ebbero eco profonda sulla stampa dell'epoca e nel parlamento nazionale
presentandosi i fatti anche come una conseguenza delle prime lotte sindacali
allora ancora in nuce.
Più complesso è discutere del sentimento di italianità sotteso allo
svolgimento degli eventi così magistralmente raccontati da Pino Pecchia e
che con grande sensibilità l'amministrazione comunale di Itri ha deciso di
pubblicare a stampa per renderne consapevoli tutti i cittadini.
Prima di tutto occorre decidersi a dare una definizione essenziale del
fenomeno del brigantaggio che negli ultimi due secoli si è verificato in
queste nostre zone sia all'epoca dell'invasione francese del 1799 sia
durante la conquista sardo-piemontese del regno di Napoli che portò
all'unificazione dell'Italia fissata al 1860.
Furono i vincitori francesi prima ed i sardo-piemontesi poi a definire come
brigantaggio quel moto volontario di resistenza organizzato dai sudditi del
regno borbonico che nulla volevano sottostare nè ai francesi nè ai
sardo-piemontesi. Certamente si verificarono devianze ed esuberanze ma la
stessa cosa si verificò poi con la resistenza antifascista nell'immediato
dopoguerra del 1945.
Ebbene, i sudditi napoletani furono briganti perchè nel 1799 non avevano
alcun interesse ad essere assorbiti nella cultura laica ed antireligiosa
della rivoluzione francese; furono briganti dal 1860 perchè si accorsero che
nessun vero beneficio veniva al popolo non dalla liberazione
sardo-piemontese ma dalla brutale conquista e seconda depredazione delle
ricchezze del sud d'Italia.
Il fenomeno del brigantaggio ovvero di una disorganizzata resistenza
all'invasore, divenne endemico nelle nostre contrade con tutti i possibili
eccessi che ne seguirono e che all'indomani della caduta di Gaeta e della
Unità d'Italia si protrasse ancora per molti anni e allorchè si verificarono
i fatti di Itri esso non affiorava da una trentina d'anni anche se la
conquista sardo-piemontese non era stata tuttavia del tutto digerita dalle
nostre popolazioni.
Ma è proprio vero che la cultura itrana dell'epoca, che pure contava valenti
personaggi, non contrastò mai con forza l'immagine di una società itrana
dedita abitualmente alla delinquenza come si andava consolidando a livello
d'opinione pubblica nazionale e istituzionale?
Le richieste di aiuto rivolte dalle autorità itrane ai rappresentanti dello
Stato nazionale per evitare scontri e lutti furono sempre e del tutto
disattese come documenta la ricerca del Pecchia. Perchè?
Per tentare una spiegazione di questo comportamento bisogna ricercare
soccorso nella nostra storia nazionale.
Allorchè si verificarono gli eventi di Itri, da appena una trentina d'anni
il Regno sabaudo di Sardegna aveva consolidato la sua conquista del regno di
Napoli dopo aver bollato dell'infamia del brigantaggio queste nostre terre
che per decenni avevano contrastato con violenza la conquista piemontese
contrabbandata come liberazione dal giogo borbonico. All'epoca dei fatti
sanguinosi di Itri, queste zone ancora scontavano le conseguenze
dell'occupazione violenta dei piemontesi guidati da una dinastia sabauda che
dominava proprio sull'isola di Sardegna sin dalle sue origini.
Nessuno finora si è mai domandato perchè ai lavori ferroviari tra Roma e
Napoli siano stati impiegati migliaia di operai fatti affluire dalla
Sardegna, quando la miseria del centro-sud della terraferma italiana,
spogliata dall'invasione francese prima e da quella sardo-piemontese poi
avrebbe potuto fornire manodopera numerosa e a basso costo e che invece fu
costretta poi al grande balzo dell'emigrazione d'oltre oceano già allora in
pieno svolgimento.
L'impiego di tanta manodopera sarda in terraferma riteniamo si debba
ricercare con molta probabilità in un grazioso regalo che il re di Sardegna
- divenuto Re d'Italia - faceva ai suoi fedeli sudditi per sollevarli dalle
condizioni di miseria in cui si trovavano pur'essi; avvenne qui non più e
non meno quanto descritto dal Pecchia nel capitolo relativo all'emigrazione
italiana d'oltre oceano.
I sardi, però, venendo in terraferma, in questo centro-sud da poco
conquistato dal loro Re, si trovavano nella condizione psicologica non degli
italiani emigrati in America bensì in quella dei conquistatori che venivano
qui a prendere anch'essi la loro parte e così sembra di capire dalla lettura
dei documenti ufficiali raccolti dal Pecchia.
Gli itrani facendo parte del popolo napoletano conquistato non trovarono
alcuna difesa nello Stato Sabaudo mentre ai sardi fu accordata una sorta di
tacito salvacondotto tanto da portare all'esasperazione la società itrana
non nuova ad atti di resistenza violenta.
Infatti l'invasione francese di queste contrade dette vita alla resistenza
antifrancese di cui il più valido stratega fu l'itrano Michele Pezza,
conosciuto in tutto il mondo col nome di Fra Diavolo; in occasione
dell'Unità d'Italia, al movimento di resistenza contro le vessazioni
piemontesi e sabaude venne affibbiato ancora il nome di "brigantaggio".
Questa terza resistenza alle prepotenze dominatrici non si svolse del tutto
il campo aperto, ma si estinse nelle aule dei tribunali e a nulla valse che
gli itrani rivendicassero il loro buon nome e la loro onestà contro un
orientamento generale a considerare queste terre come un focolaio di
briganti e camorristi.
Dopo un secolo, Pino Pecchia ha ristabilito la verità con quest'opera che, a
giusto titolo, può inserirsi tra quelle riguardanti quel recente filone
culturale di revisione delle fonti storiche del centro-sud d'Italia e che ha
lo scopo di strappare alle latebre del passato quelle verità per troppo
tempo taciute alle nuove generazioni.
Quest'opera porta all'evidenza il pregiudizio delle istituzioni nazionali di
allora e la mancata protezione offerta alla nostra gente, la poca
considerazione nella quale furono tenute le proteste delle autorità locali
dell'epoca anch'esse indicate come colluse col brigantaggio, definizione
questa che fece comodo alle istituzioni medesime per prevaricare dal loro
dovere e mantenere al lavoro in condizioni poste al limite della civiltà una
massa di "poveri Cristi" provenienti dalla Sardegna.
Un grazie a Pino Pecchia, ape laboriosa, per averci offerto un cospicuo
strumento di approfondimento storico, sociologico e di riflessione, un
omaggio che egli fa a questa città con l'intenzione di rivalutarne umanità e
solidarietà.
Albino Cece
Giornalista-pubblicista
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