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Via Appia: lungh’essa si combatte l’eterna lotta demoniaca
di Albino Cece

Premessa

Nel corso del nostro recente lavoro di ricerca e di ricostruzione storica del monastero di S. Angelo del Pesclo in Fondi specialmente in relazione al suo passaggio, dal 15 giugno 1234, sotto le dipendenze dell’abbazia florense di S. Maria della Gloria di Anagni è venuto fuori un particolare che a prima vista potrebbe sembrare occasionale e di nessuna importanza: la “rupe del drago” sotto cui si trovano sia la chiesa che il monastero. Invece, abbiamo trovato una simile chiesa dedicata a Sant’Angelo anche in Cerreto Sannita e costruita al riparo della rupe della “Leonessa”. 

La via Appia

Nella lunga, aspra e decisiva II guerra sannitica, Roma doveva portare il più rapidamente possibile le sue truppe sul teatro di guerra campano; fu costretta quindi alla realizzazione di una strada artificiale che permettesse rapidamente di raggiungere Capua. Il lavoro richiese un enorme sforzo ingegneristico. Ad esempio, per rettificare il percorso presso Terracina, l'imperatore Traiano tagliò un ingombrante sperone di roccia che impediva il passaggio lungo il mare ed evitando così ad una difficile salita montana. Dopo il taglio del Pisco Montano, la via Appia supera i monti di Fondi e le impervie gole di Itri, scende a Formia e a Minturno, oltrepassa Mondragone, si ricongiunge con la via Latina sul Volturno a Casilinum (l'attuale Capua) per poi arrivare a Capua (oggi S. Maria Capua Vetere). Fu necessario in più riprese prolungare la via Appia: nel 268 a.C., dopo la vittoria a Benevento su Pirro, il Re dell'Epiro, essa fu prolungata fino a Benevento poi la strada fu portata a Venosa quindi a Taranto e, infine, a Brindisi, per un totale di 364 miglia. La via Appia si collegava alle città pur importanti che erano lungo il suo percorso attraverso speciali bretelle stradali. Lungo l’Appia transitarono gli apostoli ed i primi missionari del verbo cristiano; per secoli essa fu uno dei capisaldi del traffico verso l’Italia meridionale nonostante l’abbandono in cui fu lasciata nell’epoca medievale. Il comune di Cerreto Sannita (Bn) si trova ad una trentina di chilometri dalla città di Benevento percorsa dall’Appia e certamente aveva rapporti con essa. Anche la città di Fondi (Lt) è attraversata dall’Appia.

Sant’Angelo del Pesclo di Fondi 

Si trova a poca distanza dall’altro santuario fondano di Monte Arcano ed è raggiungibile soltanto a piedi dopo un percorso di circa un’ora. Gli ambienti monastici, semi diruti, sono costruiti sotto il “collo del drago”, la rupe di questa forma che li sovrasta; la vera e propria chiesa è collegata agli ambienti monastici, ma un poco oltre il “muso del drago”. Della sua esistenza si trovano tracce in una carta dell’anno 979 ed era sottoposto all’abbazia di S. Magno di Fondi. Nelle vicinanze, una pozza scavata nella roccia raccoglie le acque piovane. Durante il nostro sopralluogo non ci è stato possibile individuare finora la “cappella del volo dell’angelo” che alcuni storici indicano come qui esistente (a meno che non si voglia intendere con questo termine la chiesa citata). Riteniamo che esistano, comunque, alcuni sotterranei della chiesa in cui non siamo riusciti a penetrare. Qui forse potrebbe trovarsi una “grotta dell’Angelo” così come si trova a Cerreto Sannita. La costruzione del complesso monastico, dal quale si gode uno splendido panorama sulla valle di Fondi, risale certamente ad epoca longobarda.

La Grotta della “Leonessa”

“A quota 750 metri sul mare, in territorio di Cerreto Sannita[1], si eleva, maestoso e solitario, un enorme macigno di calcare… Lungo il corso dei secoli, ha assunto nomi diversi, in relazione alla sua forma o alla sua utilizzazione religiosa: Morgia S. Angelo, Preta S. Angelo, S. Angelo in sasso o de Saxo e, più comunemente, Leonessa per la sua impressionante somiglianza con l’omonimo felino poggiato sulle zampe posteriori…In questa forma è visibile da tutta la nostra fascia del territorio. Nell’interno del macigno si apre una grotta, modificata in parte, nel tempo, dall’uomo per adibirla a cappella. Vi si gode una visione di indimenticabile bellezza…” Qui si distinguono tre aree: radura di accesso alla grotta, area della grotta e area della Fontana S. Angelo. “Possiamo ritenere di origine longo­barda il culto micaelico della Grotta della Leonessa. Tesi questa avvalorata da diverse considerazioni: la presenza longobarda nel Gastaldato telesino; la ten­denza dei Longobardi a dedicare all'Arcangelo, come notato, grotte rupestri - e quella della Leonessa era particolarmente suggestiva - ; la presenza in loco di sorgenti di acqua; l'essere il territorio traversato da un antico ed importante Tratturo che proveniva da Sud­-Ovest, attraversava le contrade Cesine di Sopra, Aia delle Monache, Cerro, Cese, collegando la Campania col Molise ed immettendosi poi nel Tratturo che por­tava in Puglia”. 

Il culto micaelico dei longobardi 

“Ma quale l'origine e quali le motivazioni del culto micaelico dei Longobardi, che assunse un carattere di rilievo nazionale? In passato, sulla scorta della Deutsche Mythologie di Jakob Grimm, si è ritenuto che questo culto costituisce per i Longobardi il travestimento del Dio Wotan. Duce delle milizie celesti, dominatore delle forze demoniache e naturali - ha scritto N. Cilento – l’Arcangelo si presentava ad una facile trasposizione della mitologia delle genti germaniche che, convertite al Cristianesimo, identificavano in lui il maggior dio del loro Walhalla. In realtà dell'Arcangelo si parla ben cinque volte nella Sacra Scrittura; nell'Apocalisse  Michele - dall'ebraico: chi come Dio? - e i suoi angeli sconfiggono il Dragone (Lucifero) e lo precipitano sulla terra che, nella fantasia di Dante, si rifiuta di rice­ver-lo, aprendosi in una profonda voragine. Si ritiene comunque che già nella Frigia del II secolo era vivo il culto micaelico che si diffuse poi a Costantinopoli dove, secondo Sozomeno, esisteva un Michaelion. In tutto l'Oriente, l'Arcangelo era conside­rato patrono delle acque fluviali guaritrici, psicopom­po, medico e guerriero. Da Costantinopoli il culto si diffuse in Occidente, particolarmente in Puglia, dove, anche in seguito alle Apparizioni dell'Angelo, sorse il Santuario del Gargano'' che, con l'avvento dei Longobardi, assunse notorietà e grande sviluppo: schiere di pellegrini attra­versarono la Via Sacra Langobardorum che da Roma portava al Gargano. E' noto che l'esercito bizantino innalzava come insegne le icone di santi guerrieri, tra i quali Michele. I Longobardi, combattendo come mercenari nell'eser­cito bizantino, assimilarono, con il culto di S. Michele, questo uso, per cui, stando a Paolo Diacono, giurava­no fedeltà all'effigie dell'Arcangelo recata in battaglia. Radelchi, duca di Benevento, promosse tanto il culto micaelico da far battere moneta con l'impronta dell'Arcangelo”. 

Problemi

L’impossibilità di esplorare i sotterranei di Sant’Angelo del Pesclo né di ispezionare con maggiore attenzione l’area circostante ricca di vegetazione selvatica ci impediscono di approfondire lo studio. Né le nostre sole capacità ci consentono di evidenziare maggiori dettagli.

Occorre però mettere in evidenza che:

- per la “Leonessa” ha notato L.R.Cielo, riportato dal Vigliotti: La Grotta S. Angelo che ricade in  territorio di Cerreto Sannita, ma che è sul confine con Guardia Sanframondi, dovette all'origine costituire un polo di aggregazione rituale, incentrato sul culto micaelico dopo l'opera antidolatrica svolta dai vescovi di Benevento Barbato, e di Capua Decoro (anno 680). Il De Blasio riferisce una leggenda secondo la quale ogni venerdì si riunivano in assemblea i diavoli facendo, sul piazzale che precede la Grotta, una ridda terribile, visibile in molti luoghi, ed ogni sabato vi tenevano conciliaboli le streghe; ma bastò la consacrazione a S. Michele perché i demoni fossero subissati nel sito detto Fossa delle streghe e queste costrette ad allontanarsi e ad avviarsi, volando a cavalcioni su scope, verso il famoso noce di Benevento.

- per “S. Angelo del Pesclo” ci troviamo in un’area comunque di influenza del vescovo di Capua e che i racconti di folclore del “sabba” delle streghe sono ugualmente diffusi nel territorio di Fondi e circostanti. Anche questo monastero è ubicato sul confine tra Fondi, Monte San Biagio ed anche Lenola; sentieri processionali sono visibili tuttora provenienti dalle due prime comunità facendo supporre anche qui qualche tipo di aggregazione rituale.

- La Via Sacra Langobardorum, che da Roma portava al Gargano, costituiva un percorso ideale, dell’Europa con la Terra Santa. attraverso i porti pugliesi. (G. Piemontesi, S. Michele e il suo Santuario, 1977, pp. 106-107 e Liber de apparitione Sancti Michaelis in Monte Gargano, in M.G.H., Scriptores rerum Langobardarum et Italicarum, saec. VI-IX, a cura di Waitz. Hannoverae, 1878).

- La Via Appia era una importante direttrice di questo traffico di pellegrini.

- Sant’Angelo del Pesclo, attraverso la badia della Gloria di Anagni, almeno sin dalla sua dipendenza florense, aveva corrispondenza in Inghilterra, Galles e Irlanda.

Conclusioni

Se Via Sacra Langobardorum portava i pellegrini da Roma al Gargano, doveva necessariamente passare anche attraverso l’Appia. Ad essa si riferiscono, comunque, sia Fondi che Cerreto Sannita. Le due chiese dell’Angelo o di S. Michele sono entrambe collocate sotto rupi a forma naturale di animali feroci (drago e leonessa) che simboleggiano il male. Questa associazione sembra quindi dar corpo alla nuova simbologia delle forze del maligno che tentano invano di fagocitare le forze del bene; il maligno che non riesce a distruggere la Chiesa di Cristo. Si tratta di una simbologia finora mai venuta alla luce; ma perché lungo l’Appia? Ci saranno ancora altre costruzioni religiose di tale tipo lungo la Via Sacra dei Longobardi? E’ soltanto l’inizio di una avvincente avventura che apre squarci insperati sulla religiosità del mondo altomedievale.

[1] Per la grotta di San Michele in Cerreto Sannita ci siamo avvalsi dell’opera di NICOLA VIGLIOTTI, Il culto Micaelico nella Grotta della Leonessa in Cerreto Sannita, ediz. a cura della Comunità Montana del Titerno, Cusano Mutri, 2000.

Galleria fotografica

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Cerreto Sannita, Rupe della “Leonessa”

 

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