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Rugiada di Grazia Celeste[1]

I successori di Gioacchino da Fiore, uomini del suo tempo, composero sulla lastra tombale del protoabate questo epitaffio: “Qui giace l’abate Giacchino da Fiore, rugiada di Grazia celeste".

Il sommo Dante inserì Gioacchino da Fiore nel IV cielo del Paradiso (XII, 140), ponendolo tra Rabano Mauro e San Tommaso d’Aquino:

«Rabano[2] è qui, e lucemi dallato
il calavrese abate Giovacchino
[3],
di spirito profetico dotato.
Ad inveggiar cotanto paladino
mi mosse l'infiammata cortesia
di fra Tommaso
[4] e 'l discreto latino;
e mosse meco questa compagnia»
.

Ed, infatti, in Paradiso ci sarà andato per davvero, stando al processo di canonizzazione avviato dalla diocesi di Cosenza, in cui ricade Fiore[5], il luogo che Gioacchino prescelse per fondare la sua istituzione religiosa, nota come congregazione Florense.

L’insegnamento di Gioacchino da Fiore ha traversato i tempi e continua a influenzare una parte importante del cattolicesimo d’oggi. Affiorano, ad esempio, nelle tesi sostenute dal francescano Raniero Cantalamessa, che è il predicatore ufficiale della Casa pontificia: «La storia sacra ha tre fasi. Nella prima, l’Antico Testamento, si è rivelato il Padre. Nella seconda, il Nuovo Testamento, si è rivelato il Cristo. Ora siamo nella terza fase, quando lo Spirito Santo brilla in tutta la sua luce e anima l’esperienza della Chiesa». Proprio questo, infatti, Gioacchino sintetizzò dai Sacri Testi: una terza età del mondo, quella dello Spirito Santo, con una nuova Chiesa tutta spirituale, quella delle origini, libera ed ecumenica. Padre Cantalamessa è vicino al movimento dei carismatici e quindi sensibile a queste Teologie. Ma l’influsso di Gioacchino da Fiore sul pensiero cattolico è molto più ampio e profondo rispetto a quanto appare[6].

Il passato ed il futuro di Gioacchino da Fiore nella Chiesa d’oggi si può sintetizzare nella recente lettera inviata dal cardinale Angelo Sodano all'arcivescovo Giuseppe Agostino in occasione delle celebrazioni per l'VIII centenario della morte dell'abate Gioacchino da Fiore dove, in particolare, viene detto: “Egli ebbe in gran conto la preghiera e la contemplazione, vissute nel silenzio e nella quiete, in continua ricerca di Dio, "Padre della luce, nel quale non c'è variazione né ombra di cambiamento" (Gc 1, 17). La sua singolare esperienza costituisce per il credente del nostro tempo un potente richiamo a non temere la solitudine, ma a costellare l'esistenza di spazi di raccoglimento e di orazione per ritrovare nell'incontro con Dio la possibilità di un'esistenza più piena e più autentica”.

Proficuo redattore di testi teologici, esegetici e biblici, egli stesso, a scanso di equivoci, scrisse più volte di non essere un profeta, ma un interprete delle Sacre scritture, per dono concessogli. In realtà l'abate calabrese professa con grande dimestichezza l'esegesi e la teologia, anche per mandato esplicito conferitogli da vari Pontefici da Lucio III in poi.  Gioacchino è pertanto parte integrante della chiesa cattolica, la quale ne riconosce la grandezza e l'autentica professione di fede.

Gioacchino non è mai stato dichiarato eretico, ma è stata condannata una sua frase, all'interno di un'opera che non risulta di sua produzione, ancorché introvabile. Il Pontefice Onorio III e Gregorio IX emettono bolle papali in cui dichiarano, dopo il 1215, che Gioacchino è un vero cattolico e i suoi seguaci non devono essere disturbati, poiché sottoposti direttamente alla protezione della Santa Sede.

Gli stessi Papi, quando parlano della quadriglia che traina il carro della chiesa indicano i Cistercensi, i Florensi, i Francescani e i Domenicani.

S. Maria della Gloria di Anagni, che ha avuto poi uno sviluppo eccezionale di filiazioni di chiese e monasteri, è una fondazione florense fondata tra il 1224 e il 1227, questa cosa la dice lunga sulla considerazione che i papi di fine XII e quelli del XIII secolo avevano su Gioacchino e sui florensi.

Chi non conosce Gioacchino tratta il personaggio come un visionario e un dispensatore di profezie gratuite, ma non è così; esso è certamente uno dei più grandi interpreti del libro dell'Apocalisse e le sue opere sono conosciute da pochissimi, giacché solo da poco tempo accessibili ai più, essendo in questi ultimi anni tradotte in lingua italiana direttamente dai codici originali vergati in latino. Gli esperti specialisti considerata la “fortuna, diffusione e l’influenza esercitata nel corso dei secoli, considerano Gioacchino da Fiore un Maestro della Civiltà Europea.

Il millenarismo più tragico, quello che  alimentò la paura di essere vicini alla fine del tempo, finisce con l'avvento del pensiero di Gioacchino che esterna un maggiore tempo al mondo degli uomini alimentando un fermento di speranza, che nessun'altro aveva annunciato. In questo si contrappone al grande e illuminato S. Agostino, che sentenziò diversamente sulla fine dei tempi della storia. Con questa progressione la scienza teologica imbocca percorsi nuovo e a tratti illuminati e si profila, nelle comunità religiose più ardenti, accreditandosi con fervore, la speranza di dover vivere un “altro tempo” contrassegnato da maggiore grazia e maggiore consapevolezza della grazia di Dio.

Gioacchino fu un teologo scomodo per la scuola di Parigi, guidata dai Cistercensi, che l'abate di Fiore riuscì a porre in secondo piano per manifesta staticità di studio e discernimento.

I successori di S. Bernardo, primo fra tutti Goffredo D'Auxerre, non accettarono l'affronto; dopo oltre un secolo di egemonia erano stati scavalcati da un personaggio che, fino a 35 anni, aveva servito il Re nella cancelleria di Palermo, per poi abbandonarla  scegliendo di cambiare stile di vita. “Ho scelto di servire il Re dei Re e te ne rammarichi” , cosi disse Gioacchino al padre, il quale, deluso dalla scelta operata dal figlio lo qualificò come virus vagus. Goffredo,  già quando Gioacchino era in vita, non mancò di attaccarlo più volte e aspramente, nel tentativo di ridimensionare la sua grande influenza sugli uomini più potenti di quel tempo, senza tuttavia riuscirvi.

Alcune frange erudite di Cistercensi continuarono a cercare vendetta anche dopo la morte di Gioacchino, riuscendo, in qualche modo, a far condannare una frase, una sola frase, forse addirittura non sua, nel concilio del 1215. Questa verità resta ancora da accertare e alcuni studiosi lavorano appositamente su questi temi, per restituire la verità storica.

E' certo che la Santa Sede comprese subito “l'errore” commesso a carico dell’Abate formulando, per Motu Proprio, bolle vergate appositamente per dichiarare al mondo la vera professione di fede cattolica praticata da Gioacchino.

Gioacchino va pertanto considerato un personaggio illuminato, innovativo e originale, capace di sconvolgere e di prendere le distanze da un sistema religioso feudale, basato su investiture attuate per consuetudine e non sul manifestato grado di preparazione alimentato da studi profondi sulle sacre Scritture.

Gioacchino fu pertanto ed è ancora un personaggio dirompente, che studia il passato e apre la speranza verso il futuro, ecco perché tutte le avanguardie di ogni tempo tendono ad accostarsi al suo pensiero, che resta però il pensiero di un religioso molto colto e molto consapevole del significato delle Sacre Scritture, della teologia della storia e delle conseguenti manifestazioni di Dio.

Il personaggio è complesso, molto complesso, ma non fu per la Santa Sede un personaggio scomodo. A distanza di tempo gli stessi Cistercensi, dopo il 1570, lo proclamarono Beato, in segno di riconoscenza della grandezza e della speciale vita vissuta dall’uomo.

Questa breve scheda di presentazione di Gioacchino è certamente insufficiente a inquadrare un personaggio contrassegnato da una proficua e impressionante produzione letteraria, con cui  ha dimostrato al mondo di possedere un'intelligenza superiore alle intelligenze più raffinate. L’abate calabrese è molto amato e stimato da chi lo conosce a fondo, tuttavia è spesso anche ingiuriato e calunniato da chi lo conosce solo per sentito dire.

Giovanni Paolo II nell'ultimo periodo del suo apostolato predicò similmente a come aveva fatto Gioacchino oltre 800 anni fa. Anche l'attuale Papa Benedetto XVI, conoscendo l’abate calabrese per averlo trattato nella sua tesi di laurea, ribadisce la necessità di progredire verso una chiesa più spirituale.

Prima di loro vi fu il Papa Celestino V, definito Papa Angelico, che fu il più grande difensore della teologia di Gioacchino, sentendosi egli stesso parte integrante dell’avvio del processo di superamento della Ecclesia Carnalis.

Gioacchino disse a Innocenzo III, che lo aveva incaricato di predicare la crociata in Calabria e Sicilia: "Rimetti la spada nel fodero, non è con le armi che si combatte la crociata, ma con la predicazione della fede". Federico II, grande protettore dei florensi,  seguì l'opinione di Gioacchino e per venne scomunicato per essersi rifiutato a combattere la crociata. L’Imperatore andò, tuttavia, ugualmente a Gerusalemme, entrandoci senza combattere, per prendersi la quinta corona, quella di re di Gerusalemme.

Nelle opere di Gioacchino compare spesso l’anno 1187, una data emblematica che ha sancito la sconfitta dell’armata dei cristiani a Hattin da cui scaturì la definitiva perdita di Gerusalemme; l'abate aveva già capito, 820 anni fa, che il mondo, da quella data in poi non sarebbe stato mai più lo stesso.

L'11 settembre 2001 e quello che è accaduto poi, a seguito dalla distruzione delle "torri gemelle" a New York, è sotto gli occhi di tutti, ma le radici di questa storia affondano in quel 1187 che Gioacchino pone come tappa fondamentale della storia dell'umanità e segno chiave del preludio di un nuovo tempo, che egli  definisce età dello spirito, un concetto che non introduce un nuovo tempo astronomico, ma  annuncia la necessità di promuovere anche un modo nuovo di porsi, di essere e di vivere il tempo, con maggiore consapevolezza della teologia della storia e in Grazia con Dio.

[1] Per la redazione di questo capitolo mi sono avvalso, in parte, di uno scambio di lettere in posta elettronica avute con l’arch. Pasquale Lopetrone di San Giovanni in Fiore, della Soprintendenza B.A.P. della Calabria, uno dei massimi esperti di architettura florense ed incaricato della redazione iconografica dello “Atlante delle fondazioni florensi”. Egli è anche autore e coautore di diversi libri sia tecnici che letterari sull’Ordine Florense e su monumenti medievali della Calabria.

[2] Nato a Magonza intorno al 784, Rabano Mauro entrò bambino nell'abbazia benedettina di Fulda. A 17 anni aveva già completato gli studi ed era insegnante nel monastero. Nell'822 divenne abate, ma non smise di insegnare e coltivare gli studi di teologia.

[3] Intendi: Gioacchino da Fiore.

[4] Tommaso d’Aquino,  nacque a Roccasecca, ora in provincia di Frosinone, nel 1224, figlio del conte Landolfo d'Aquino, imparentato con la famiglia imperiale di Hohenstaufen. Dopo aver studiato a Napoli le arti liberali, Tommaso, contro il volere della famiglia, decise di entrare nell'Ordine domenicano.

[5] Fiore, in questo caso è allusivo a Nazareth.: come a Nazareth fu annunciato l’avvento del Figlio, a Fiore (la nuova Nazareth) sarà annunciato l’avvento dell’età dello Spirito Santo. Nazareth e Fiore alludono anche alla condizione verginale di Maria genitrice di Dio, anello di congiunzione tra la terra e il cielo. Fiore è l’antico nome di San Giovanni in Fiore, il più grosso centro abitato della Sila.

[6] Con nostri adattamenti, da: http://www.chiesa.espressonline.it/dettaglio.jsp?id=7596

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Ultimo aggiornamento: 24-giu-2008

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